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IL SENSO DEL TEMPO E L’AVVENIMENTO CRISTIANO
Catechesi ai giovani
Cento 13 maggio 2002

La scelta di riflettere seriamente sul tempo, sullo scorrere del tempo, sul fatto che la vostra vita sia come dis-tesa dentro al passare del tempo: in una parola sulla temporalità della vostra vita, è stata una scelta intelligente. Intelligente perché è una riflessione che vi fa entrare dentro al senso della vostra vita non attraverso una porta di servizio, ma attraverso una delle porte principali. La domanda sul senso del tempo coincide infatti con la domanda sul senso della vita.

Voglio iniziare la mia riflessione proprio da questo "nodo esistenziale": esistenza umana e tempo.

1. ESISTENZA UMANA E TEMPO

Partiamo da un’esperienza molto semplice, ma che dona molta materia di riflessione. E’ capitato a tutti che quando viviamo momenti di gioia particolarmente intensa, sentiamo dentro di noi la paura che prima o poi questo finirà, e quindi sentiamo dentro di noi il desiderio che il tempo si fermi. A chi di noi non è mai capitato di dire: "è troppo bello perché possa durare!" Riflettiamo attentamente su questa esperienza. La pienezza della gioia, della vita è minacciata dallo scorrere del tempo: il fatto che la nostra vita sia come distesa dentro il tempo, le impedisce di essere piena. Viviamo sempre una "parte" della nostra vita, un "momento" di gioia, un "attimo" di felicità . E’ questo "passare" o "trascorrere" del tempo che costituisce una minaccia permanente. Sentiamo che il tempo è invidioso della nostra felicità.

Proviamo ora a fare un piccolo sforzo di immaginazione. Immaginiamo che la nostra vita sia sempre ed esclusivamente questo scorrere del tempo, uno scorrere senza fine e perciò senza uno scopo, senza un traguardo. Nessuno, penso, ha espresso con più forza di Leopardi questa esperienza dell’uomo che si sente prigioniero del tempo, per esempio in Canto notturno d’un pastore errante dell’Asia.

L’uomo ha sentito questa "maledizione del tempo" e tutte le religioni hanno cercato, fuori dall’ebraismo e del cristianesimo, di liberarlo. In che cosa consiste questo progetto di liberazione? Nell’uscire dal tempo, nell’evadere dal tempo. Questa evasione può essere progettata in due modi.

Il primo modo è proprio delle grandi religioni orientali. E’ necessario perdere se stessi, scomparire in un’unità senza forma. E’ questa la liberazione del mistico indù; è questa la beatitudine del buddhismo. L’uomo sarebbe pienamente liberato; sarebbe liberato perché viene meno a se stesso; sarebbe liberato precisamente in quanto il "se stesso" non sarebbe più. La liberazione consisterebbe in una scomparsa della propria individualità nell’unità indifferenziata del tutto.

Ma non è tanto su questo progetto di liberazione, che voglio attirare la vostra attenzione. E’ sull’altro che voglio attirare la vostra attenzione, poiché esso è talmente oggi diffuso, da essere come una specie di "atmosfera" (pestilenziale) che tutti più o meno respiriamo. Oserei dire, soprattutto voi giovani.

La liberazione dal tempo sembra possibile ed alla portata di tutti facilmente. Come? vivendo sempre e solo l’istante presente, senza darsi pensiero del futuro e cercando di dimenticare il passato. E’ come una sorta di scimmiottatura dell’eternità: un eternità, se così posso dire, costruita dall’uomo a sua misura. Un poeta latino pagano descrisse in modo mirabile questa soluzione, Orazio, nell’undicesima ode del primo libro delle Odi.

"Non cercare di sapere, o Leuconoe (saperlo non è lecito) quale fine gli dei abbiamo assegnato a me, quale a te .... sii saggia ! ... restringi in un ambito breve le lunghe speranze. Mentre noi parliamo, sarà già sparita l’ora, invidiosa del nostro godere. Cogli la giornata d’oggi e confida in meno possibile in quella di domani."

Il centro di questa proposta sta, negativamente, nel ritagliare il nostro desiderio di felicità dentro la misura del solo istante presente; positivamente, consiste nel vivere solo dentro l’istante presente.

Una tale impostazione esistenziale, un tale "stile di vita" impedisce alla persona di vivere la propria esistenza come storia. Che cosa significa vivere la propria esistenza come storia? Partiamo da una esemplificazione molto semplice. Che cosa distingue uno scritto qualsiasi da un racconto vero e proprio? Il racconto ha una trama, cioè un susseguirsi ordinato di episodi che, collegandosi l’uno all’altro, conducono il lettore verso una conclusione che in un qualche modo deriva da tutto ciò che precede. Cioè: esiste una coerenza interiore nel racconto; questa coerenza è data da un filo conduttore; la narrazione va verso la conclusione. Dunque abbiamo individuato almeno tre elementi che costituiscono la narrazione di una storia: coerenza - sviluppo - conclusione.

Analogamente accade nella vita. Se la nostra vita è la somma di tanti istanti slegati fra loro, se la nostra vita manca al suo interno di un "filo conduttore"; se lo scorrere del tempo non va verso nessun fine, non ha alcuna direzione, la vita della persona è "sconclusionata".

Kierkegaard ha visto in questa posizione la definizione stessa della disperazione: la disperazione per così dire allo stato puro. Questa – secondo il filosofo danese – consiste nell’esercitare la libertà come pura possibilità [cfr. La malattia mortale, in Opere, ed. Sansoni, Firenze 1972, pag. 637-641]. Ma soprattutto W. Shakespeare ha espresso con una forza insuperabile questo modo di vivere, in uno dei suoi sublimi capolavori:

"Domani, poi domani, poi domani: così, da un giorno all’altro, a piccoli passi, ogni domani striscia via fino all’ultima sillaba del tempo prescritto; e tutti i nostri ieri hanno rischiarato, a degli stolti, la via che conduce alla polvere della morte. Spengiti, spengiti, breve candela! La vita non è che un’ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla".

[Macbeth, Atto V, Scena V; in Tutte le opere, ed. Sansoni, Firenze, pag. 972].

Quale è il segno di questa condizione? Il bisogno di "evadere". Poiché una vita così è veramente insopportabile, da essa bisogna uscire almeno qualche volta. E’ stata così costruita una grande "industria dell’evasione". Prendiamo, a modo di esempio, in considerazione due "prodotti" di questa industria dell’evasione, scelti non a caso: capirete in seguito perché.

Il primo di questi prodotti è stata la radicale trasformazione del significato del riposo festivo, che prende corpo – per così dire – nel sabato sera di tanti giovani. Esso è l’atteso momento in cui finalmente si dimentica la vita di ogni giorno; il riposo festivo non è il momento per capirne il senso e viverla più intensamente, più appassionatamente di prima. Ed infatti quando si ricomincia al lunedì, si aspetta con ansia la sera del sabato seguente, quando finalmente si potrà "dimenticare". In questo modo, si entra in un annoiato e/o disperato ritorno del sempre uguale: evasione per "sopportare" il vivere settimanale; vivere settimanale che aspetta l’evasione del fine-settimana. Non ha importanza che spesso si arrivi alla domenica sera molto più stanchi che riposati: l’essenziale è evadere, dimenticare. Vedete: quale significato ha lo scorrere del tempo per chi pensa e vive così? in fondo, una maledizione da cui, quando è possibile, evadere.

Il secondo prodotto dell’industria dell’evasione su cui vorrei attirare la nostra attenzione è la "commercializzazione del sesso" . Non pensate subito alla sua forma macroscopica: il ricorso alla prostituta. Esiste una forma molto sottile. Essa consiste nella riduzione della sessualità umana ad un "bene di consumo". E’ il risultato di un processo culturale molto complesso, di cui possiamo solo richiamare l’essenza. E’ stato un processo di successive "separazioni": del corpo dalla persona; della sessualità dall’amore; dell’amore dal dono della vita. Il risultato è stato la considerazione della sessualità come divertimento: il segno è stato che ormai è del tutto pacifico che sessualità e matrimonio si possano separare. La distruzione del senso della sessualità è indice della consapevolezza della maledizione del tempo, poiché attraverso il dono della vita l’uomo ha sempre in un qualche modo cercato un’eternità. E’ un uomo privo di futuro l’uomo che perde il vero significato della sessualità.

Ho terminato questo primo punto della mia riflessione. Che cosa ho detto? Due cose, fondamentalmente. La prima: l’essere nel tempo in senso pieno (prigionieri di esso senza via di uscita) è un "peso" insopportabile per l’uomo. La seconda: l’unica redenzione dal tempo e del tempo che l’uomo abbia saputo progettare e vivere, è stata la fuga, l’evasione da esso. Una fuga ed una evasione che costa un prezzo molto alto: la perdita di se stesso.

"La vita per noi" ha scritto un filosofo pagano "è come in frammenti, anzi abbiamo una moltitudine di vite" [Plotino, Enneadi V, 3,9; ed. Rusconi, Milano 1982, pag. 837].

2. TEMPO ED AVVENIMENTO DI CRISTO

E’ possibile spezzare questa logica di evasione, schiantare questo restringimento del proprio cuore dentro il "carpe diem"? essere nel tempo senza diventarne prigionieri? porre fine ad una vita priva di storia cioè insensata? Salvarla dal suo incessante frammentarsi e negarsi nell’inarrestabile fluire dei giorni?

Carissimi giovani, ascoltate quanto dice S. Paolo "quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna … perché ricevessimo l’adozione a figli" [Gal 4,4]. La "pienezza del tempo": che espressione carica di significato! Il tempo corre verso un fatto, accaduto il quale esso ha raggiunto il suo traguardo: ha raggiunto il suo fine e la sua fine. Possiamo aiutarci con due immagini. Immaginate un recipiente vuoto che viene progressivamente riempito d’acqua: arriva un momento in cui non è più vuoto; ha raggiunto il suo pieno. Il tempo era come un’attesa, l’invocazione di una Presenza, di qualcosa/qualcuno che venisse. Questa Presenza è arrivata: il tempo è compiuto. Oppure pensate a come una donna vive il tempo della sua gravidanza. Esso è attesa di un evento: vedere il volto di colui che già vive in lei. Le settimane e i mesi sono contati a partire da quel momento, il momento verso cui tutta la persona si muove.

Il tempo, - i giorni e le settimane o i mesi e gli anni - non è un movimento senza nessuna meta, una sorta di Ulisse senz’Itaca: ha un traguardo verso cui si muove. Non è una sorta di serpente che vuole prendersi la coda, una circonferenza nella quale ogni punto è al contempo inizio e fine: è l’attesa di una Presenza. Ha un traguardo: quale? è attesa di chi/di che cosa? direbbe S. Paolo: "quando venne la pienezza del tempo"? quando "Dio mandò il suo Figlio, nato da donna". Quando cioè "in un momento predeterminato, un momento nel tempo e del tempo,/ un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia" [T.S. Eliot, Cori da "La Rocca"], Dio mandò il suo Figlio.

Dio stesso si fa uomo. Dio diventa un uomo in carne ed ossa, con la sua vita che viene concepita nel grembo di una donna, che nasce, si sviluppa, lavora, muore e risorge. E che il tempo avesse questo come suo traguardo; che l’invocazione di una presenza fosse esaudita da questa Presenza, l’uomo non avrebbe mai pensato e non poteva neppure pensarlo. E per molti è sempre stato, come dice S. Paolo, una follia e uno scandalo.

E’ una follia per i filosofi, per i razionalisti, per i liberali, per i quali l’Eterno non può presentarsi e stare dentro un punto del tempo. E’ uno scandalo per i moralisti di tutti i tempi, secondo i quali è indegno di Dio essere toccato, visto, anzi perfino crocefisso dall’uomo.

Ma che cosa veramente significa per ciascuno di noi che quando Dio mandò il Suo Figlio, venne la pienezza del tempo? Per chi – come abbiamo detto – vuole spezzare quella logica dell’evasione cui sembra costringerlo la prigione del tempo? perché quell’Avvenimento, e solo quell’Avvenimento ti libera dall’insidia di una vita priva di storia cioè di senso? dalla tentazione di restringere il tuo cuore dentro la misura dell’istante presente?

Aprite il Vangelo. A caso, se volete; ogni pagina, o quasi, narra l’incontro di un uomo o di una donna con quella Presenza. Mi limito a suggerire la riflessione su due: l’incontro vissuto da Zaccheo; l’incontro vissuto dalla donna samaritana. I due incontri hanno una cosa in comune. Non è che quell’uomo e quella donna avessero capito precisamente che Gesù era Dio-uomo. Hanno capito, hanno sentito, hanno scoperto che quell’uomo meritava una fiducia illimitata, e che con Lui si apriva la possibilità di una vita nuova. Nuova in che senso? Per Zaccheo vivere era possedere, avere: la ricerca del denaro. Ora egli vedeva che vivere era donare. Per la donna vivere era ricerca di felicità nella sessualità, in un amore che si consuma nel momento stesso in cui lo vivi: "hai avuto cinque mariti" gli dice Cristo "e quello che hai ora non è tuo marito". Ella si è vista guardata, capita da quell’uomo come mai era stata guardata, ed allora capì che non l’ingannava quando le aveva detto di poterle dare un’acqua che avrebbe estinto per sempre la sua sete. Zaccheo e la samaritana in quel momento hanno capito tutto, perché hanno capito che l’unica alternativa a quell’uomo, alla sua compagnia "è il nulla, è il niente di tutto, è la fine del niente di tutto" [L. Giussani, Affezione e dimora, BUR ed., Milano 2001, pag. 311]. Pietro dice. "da chi andremo, Signore? Tu solo hai parole di vita eterna" [Gv 6,68]. Zaccheo, la samaritana, Pietro hanno capito che la vita ha un senso, perché si sono sentiti chiamati da Lui a seguirlo.

E questo è il punto centrale. Quando il tempo della nostra vita ha un compito, perché la nostra persona è stata chiamata da quella Presenza a realizzarlo, allora il passare del tempo, l’essere dentro al tempo ha un senso, perché è la realizzazione di un disegno che a ciascuno di noi è stato dato di compiere. Il tempo cessa di essere un girovagare senza meta: diventa un cammino verso la perfezione, cioè la pienezza del proprio essere. Esso, il tempo, non è come l’opera di Penelope: fare e disfare una tela senza che mai nessun disegno si compia. Il tempo diventa la progressiva costruzione della completezza della propria vita: una vita piena.

In due parole: nell’incontro con Cristo tu scopri di essere chiamato; la risposta alla vocazione è il senso del passare del tempo.

Due precisazioni assai importanti. La prima. Non intendere questo come se tu fossi lasciato a te stesso, in uno sforzo solitario. E’ la Presenza di Cristo che ti sorregge nel tuo cammino ed a te è chiesto di cor-rispondervi. S. Paolo dice una cosa di straordinaria bellezza: "E’ Dio … che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni" [Fil 2,13]. Ogni istante del tuo tempo è attraversato ed abitato dalla Presenza che suscita la risposta della tua libertà e dall’effettiva risposta del tuo io: nell’incontro l’io si compie. La seconda precisazione. Il cammino del tempo si compie dentro l’eternità, che tu già ora costruisci. L’istante presente non è più la misura ristretta del desiderio illimitato del tuo cuore, poiché dentro ad esso tu già costruisci la tua beatitudine perfetta perché eterna. Dentro, non attraverso evasioni di qualsiasi genere.

CONCLUSIONE

Posso concludere con un testo scelto dal Magistero di Giovanni Paolo II:

"Parlando della nascita del Figlio di Dio, san Paolo la situa nella "pienezza del tempo" (cfr. Gal 4,4). Il tempo in realtà si è compiuto per il fatto stesso che Dio, con l’Incarnazione, si è calato dentro la storia dell’uomo. L’eternità è entrata nel tempo: quale "compimento" più grande di questo? Quale altro "compimento" sarebbe possibile? Qualcuno ha pensato a certi cicli arcani, nei quali la storia dell’universo, e in particolare dell’uomo, costantemente si ripeterebbe. L’uomo sorge dalla terra e alla terra ritorna (cfr. Gn 3,19): questo è il dato di evidenza immediata. Ma nell’uomo vi è un’insopprimibile aspirazione a vivere per sempre. Come pensare ad una sua sopravvivenza al di là della morte? Alcuni hanno immaginato varie forma di reincarnazione. .... La rivelazione cristiana esclude la reincarnazione e parla di un compimento che l’uomo è chiamato a realizzare nel corso di un’unica esistenza sulla terra. Questo compimento del proprio destino l’uomo lo raggiunge nel dono sincero di sé, un dono che è reso possibile soltanto nell’incontro con Dio. E’ in Dio, pertanto che l’uomo trova la piena realizzazione di sé: questa è la verità rivelata da Cristo. L’uomo compie se stesso in Dio, che gli è venuto incontro mediante l’eterno suo Figlio. Grazie alla venuta di Dio sulla terra, il tempo umano, iniziato nella creazione, ha raggiunto la sua pienezza. "La pienezza del tempo", infatti, è soltanto l’eternità, anzi Colui che è eterno, cioè Dio. Entrare nella "pienezza del tempo" significa dunque raggiungere il termine del tempo ed uscire dai suoi confini, per trovarne il compimento nell’eternità di Dio."

(Lett. ap. "Tertio millenio adveniente", n. 9)

Questo compimento è una possibilità concreta che è offerta a ciascuno di voi, perché a ciascuno di voi è dato di incontrare Cristo nella sua Chiesa, ed in tal incontro scoprire il senso del proprio esserci, la propria vocazione.