home
biogr.
english
español
français
Deutsch
한 국 어
1976/95
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017


La visione cristiana della società: politica, fede, democrazia
Catechesi ai giovani: Ferrara 15-02-03

Dopo aver riflettuto sulla comunità/società coniugale, questa sera rifletteremo sulla società politica. Non è un tema particolarmente attraente forse per voi giovani, tuttavia è un tema ineludibile per un cristiano. I cristiani, scrive uno scrittore cristiano dei primi secoli, "partecipano alla vita pubblica come cittadini"[Lettera a Diogneto 5,5]. Questa sera noi vogliamo riflettere seriamente su questa partecipazione alla vita pubblica da parte dei cristiani – come cittadini. Il vostro essere "luce del mondo" e "sale della terra" non è di fatto oggi possibile se si prescinde da questa partecipazione. La quale ovviamente, come vedremo, può realizzarsi in misura più o meno ampia, in forme e modalità assai diverse, a seconda anche della preparazione e sensibilità proprie a ciascuno: ma certo non può essere elusa. Se non altro, quando andate a votare.

1. Che cosa è e perché lo Stato?

Partiamo da un testo molto chiaro ed essenziale del Conc. Vaticano II, che per altro non fa che riassumere una lunga tradizione di pensiero cristiano: "gli uomini, le famiglie e i diversi gruppi, che formano la comunità civile, sono consapevoli di non essere in grado, da soli, di costruire una vita pienamente umana e avvertono la necessità di una comunità più ampia, nella quale tutti rechino quotidianamente il contributo delle proprie capacità, allo scopo di raggiungere sempre meglio il bene comune" [Cost. past. Gaudium et spes, 74,1; EV 1/1567].

Se rileggete con attenzione voi vedete che la comunità politica o Stato è quella comunità umana fondata sul bisogno ed esigita dal bisogno delle persone e delle famiglie di raggiungere il proprio compimento umano nel possesso dei beni di cui persona e famiglia hanno necessità. Ho sottolineato " e delle famiglie": è importante. Come abbiamo lungamente riflettuto nella catechesi di gennaio nessun uomo nasce … da solo: è sempre all’interno di una famiglia. Ogni persona umana o è uomo o è donna: è già naturalmente dentro una relazione, che si esprime nel matrimonio. Dunque, non esiste un passaggio dagli individui allo Stato né si dà un rapporto fra individui e Stato: questo è uno degli errori oggi più gravi. Lo Stato viene dopo un’insieme di relazioni e di risorse culturali ed associative, e si costituisce come "comunità più ampia" al servizio di quell’insieme.

Che cosa significa "al servizio"? incontriamo la prima nozione fondamentale che definisce lo Stato: il concetto di BENE COMUNE. Lo Stato esiste in vista del bene comune. Il bene comune è la realizzazione "di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli essere umani, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più pieno e più rapido della loro perfezione" [ibid.].

Abbiamo così individuato che cosa deve proporsi lo Stato, cioè il bene comune: è il suo scopo, la sua ragione d’essere. Ma quando diciamo "Stato" che cosa concretamente indichiamo?

E’ in primo luogo il popolo. Esso è l’insieme delle persone che hanno la possibilità di formarsi una propria opinione sul bene comune; che hanno la libertà di esprimere e far valere questa opinione, così che il bene comune sia un bene che viene perseguito effettivamente da tutti, perché è sentito e condiviso come bene di tutti, in quanto è per tutti. Il popolo quindi che costituisce lo Stato è una realtà ben diversa da quella realtà amorfa che è mossa da chi ha più potere di persuasione; da chi è più capace di sfruttare istinti e passioni. E’ una realtà di uomini liberi e consapevoli che condividono gli stessi valori fondamentali.

Tuttavia non ci vuole molto a capire che nel proseguimento del bene comune, data la varietà, di situazioni e problemi, di pensiero e contesti sociali, deve esserci una forza unificante. Essa è costituita dall’autorità’ politica. E’ con il bene comune ed il popolo il terzo elemento costitutivo della società politica o STATO. Che cosa è l’autorità politica? È "quel principio coordinativo e direttivo mediante cui la molteplicità di persone e di società che danno vita alla comunità politica, la realizzano come ordine morale che pone ed orienta relazioni, istituzioni, ordinamenti, procedure al servizio della crescita umana di tutti, singoli e gruppi" [M. Toso, Umanesimo sociale. Viaggio nella dottrina sociale della Chiesa, Las – Roma 2001, pag. 229].

Riflettendo un poco non è difficile capire che le manifestazioni dell’autorità politica sono principalmente tre: la legge, che altro non è se non "l’ordine razionale" promulgato da chi ha la cura della comunità; l’esecuzione della legge, anche colla coazione; l’amministrazione della giustizia, per comporre eventuali contrasti fra le persone. L’esperienza dell’umanità ha dimostrato che è meglio separare i soggetti che concretamente esercitano questi tre poteri.

Sarebbe necessario approfondire molto il concetto cristiano di autorità politica. Non è per ora possibile; lo faremo nel laboratorio della fede a Pontelagoscuro il 21 marzo.

Possiamo ora tentare una definizione di Stato: lo Stato è una comunità unita dal perseguimento del bene comune sotto la guida dell’autorità. Lo Stato dunque è una molteplicità nell’unità: molteplicità di persone e di comunità ed unità di fine (il bene comune) e di principio autoritario. Ed è anche un processo di unificazione del molteplice: lo Stato concretamente è un insieme di persone e comunità, ciascuno delle quali porta il proprio contributo nell’attuazione del bene comune, coordinato e garantito dall’autorità.

2. Partecipare come cristiani

Quanto detto prima è stato più uno schema essenziale che un’esposizione di pensiero: doveva solo introdurci al tema che veramente è al centro di questa catechesi. Prima però di farlo devo fare una premessa importante.

Come è noto a tutti, oggi gli Stati occidentali, anche lo Stato italiano, si sono dati una forma democratica. Non è questo il luogo per fare disquisizioni teoriche sulla democrazia. E’ sufficiente la seguente riflessione. Il riconoscimento a tutti i membri del corpo sociale del diritto di partecipare attivamene e responsabilmente alla vita pubblica è ciò che costituisce l’anima della democrazia, la quale pertanto deve ritenersi la forma statale che è più adeguata alla natura e alla dignità della persona umana.

Premesso questo, vorrei richiamare la vostra attenzione su tre punti di importanza fondamentale per la vostra maturazione cristiana.

Il primo. Vi devo leggere un testo assai importante del S. Padre Giovanni Paolo II, dove richiama l’attenzione sul più grave rischio che oggi insidia la democrazia: "è il rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità. Infatti, "se non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono essere facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia" [Lett. Enc. Veritatis splendor 101 (la cit. interna è da Lett. Enc. Centesimus annus 46,3); EE 8/1754]. Il testo è di importanza fondamentale: vi prego di prestarmi molta attenzione.

Col termine di relativismo etico si intende quella concezione secondo la quale non esiste nessuna verità universalmente ed immutabilmente valida sul bene, ma ogni risposta che ogni uomo è in grado di dare alla domanda "che cosa è bene/ che cosa è male?" ha lo stesso valore senza possibilità di discernere una risposta vera da una risposta falsa. E’ bene ciò che a ciascuno sembra bene. Da questa concezione si è dedotta una conseguenza: chi non fosse un relativista, chi cioè fosse convinto che esiste una verità sul bene, per ciò stesso entrando nel dibattito pubblico e quindi partecipando alla vita sociale, imporrebbe il suo punto di vista incapace di riconoscete quello dell’altro che fosse contrario al suo [= intolleranza]. Ora chi ha questa attitudine è un pericolo per la democrazia, perché – come abbiamo visto – questa consiste nel riconoscimento del diritto di ciascuno di partecipare alla vita pubblica. In conclusione: o si è relativisti ed allora si è democratici, o si è non relativisti ed allora si è antidemocratici cioè intolleranti.

Ma poiché il cristiano non può essere relativista, la fede cristiana è una vera e propria insidia alla democrazia. Pertanto delle due l’una: o il cristiano dimentica di essere tale quando entra nel dibattito politico, ed allora egli può essere riconosciuto come interlocutore vero; o il cristiano non intende mai mettere fra parentesi la sua fede, ed allora non deve essere riconosciuto pubblicamente.

Carissimi giovani, questa è oggi la situazione, la condizione pubblica del cristiano: è inutile che lo ignoriamo. La possiamo accettare? quell’ "aut-aut" è fondato e legittimo in un regime democratico?

Il secondo. Perché il S. Padre dice che questa alleanza fra democrazia e relativismo è insostenibile? Perché, "se non esistono valori in grado di offrire un fondamento razionale e di porre un limite anche giuridico, alle decisioni della maggioranza, ogni scelta che riesce ad avere il consenso dei più è, per ciò stesso, vincolante. Si toglie ogni confine morale all’autorità. S’instaura – rafforzato da mezzi sempre più sofisticati che manipolano l’opinione pubblica – il prepotere della maggioranza con conseguenze negative per i diritti dell’uomo" [M. Toso, Umanesimo sociale… op. cit. pag. 244].

In particolare. Escludere il cristiano come tale dalla partecipazione alla vita pubblica è precisamente contrario al fondamento stesso della democrazia. Infatti delle due l’una: o si deve escludere chiunque vuole partecipare alla vita politica appellandosi alla propria coscienza morale, riferendosi cioè ad "una legge che non è [l’uomo] a darsi, ma alla quale deve obbedire e la cui voce lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male" [Cost. past. Gaudium et spes 16; EV 1/1369] ed allora tutta la vita politica diventa scontro di interessi, gioco di astuzie, nei quali i più deboli inevitabilmente soccombono. Oppure si deve escludere il riferimento alla coscienza morale cristiana in quanto tale: ed allora si cade in una forma di intolleranza in quanto si priva di un diritto a causa di una fede religiosa.

Carissimi giovani, questa oggi è la battaglia in cui si gioca il futuro vero della nostra compagine sociale: c’è bisogno di uomini veri che abbiamo una limpida conoscenza della verità circa ciò che è bene e male della persona umana.

Il terzo. Il cristiano quindi entra nella vita pubblica non per proporre ciò che è specificamente proprio della sua fede [professione della fede, adempimento degli atti di culto e dei sacramenti …], ma per promuovere e difendere quelle verità sul bene della persona che sono il risultato della ricerca razionale. "Il fatto che alcune di queste verità siano anche insegnate dalla Chiesa non diminuisce la legittimità civile e la laicità dell’impegno di coloro che in esse si riconoscono" [Congr. per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale del 24-11-02; 6,2; in O:R: 17-01-03, pag. 6].

Quali sono questi valori di cui vi dovete sentire responsabili nella vita pubblica? Il diritto alla vita di ogni persona umana innocente dal concepimento alla morte; il valore della famiglia fondata sul matrimonio monogamico fra persone di sesso diverso; il diritto alla libertà di educazione; la tutela sociale dei minori e la liberazione dalle moderne forme di schiavitù [per es. droga e prostituzione]; lo sviluppo di una economia veramente solidale; il valore della pace.

Conclusione

Carissimi giovani, questa sera abbiamo affrontato un grande tema di catechesi: vi prego di riflettervi sopra molto attentamente.

Vi dovete preparare bene sia spiritualmente che culturalmente: da veri discepoli di Cristo. Avere di fronte una grande sfida. Ridare vita ad una compagine politica che non sa uscire da un dilemma: o uno Stato che serve solo al mercato senza più nessuna funzione di solidarietà o uno Stato assistenziale che continua ad accentrare molte funzioni sociali ed economiche che non gli competono. Non vi sembrino discorsi che non vi riguardano. Costruendo vere comunità umane – veri matrimoni, vere famiglie, vere comunità di lavoro … - voi ponete l’unica vera base – una grande società civile – di una comunità politica a misura d’uomo.