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L’OPERA SALVIFICA COMPIUTA DAL VERBO INCARNATO
Incontro con i catechisti
Ferrara, 19-01-97

- Sola misericordia tua
- “Guarda se trovi in Me altro che amore”
(Il Signore alla B. Angela di Foligno)
 

01. Il tema della nostra riflessione odierna è il tema centrale della nostra fede: Cristo morto per i nostri peccati - risorto per la nostra giustificazione. Il figlio di Dio prese carne da Maria in vista del compimento di quest’opera. E’ dunque il centro dei tutta la catechesi della Chiesa (cfr. Rom. 4,25).

02. Il cat. della Chiesa Cattolica tratta di questo mistero, il mistero pasquale, nel cap. 2°, art. 4; § 2-2 e artt. 5-6 (dal n. 595 al n. 667), seguendo lo svolgimento “storico” degli avvenimenti salvifici: morte di Gesù, sepoltura di Gesù, risurrezione, ed ascensione al cielo. Di ciascun evento mostra la portata, il significato salvifico. E’ quindi assolutamente necessaria una lettura molto attenta di tutto il testo.

03. Nelle pagine seguenti noi offriremo solamente le “chiavi di lettura” del mistero pasquale, o meglio della dottrina cristiana riguardante il mistero pasquale. Esso è costituito inscindibilmente dalla morte e risurrezione di Gesù: la morte senza la risurrezione non ci avrebbe salvato; la risurrezione è la risurrezione del crocifisso (“per questo Dio lo ha esaltato...”). Tuttavia, come risulta dal testo citato di S. paolo, nel mirabile avvenimento della nostra salvezza, ciò che opera la morte di Cristo riguarda i nostri peccati, mentre ciò che opera la risurrezione riguarda la nostra giustificazione. Noi quindi, anche per chiarezza didattica, prima parleremo del valore soteriologico della morte di Cristo e poi del valore soteriologico della risurrezione di Cristo.

1. Prima di addentrarci nel mistero pasquale di Cristo, dobbiamo farci (come fa il CChC) una domanda preliminare, poiché la risposta a questa domanda è veramente la porta d’ingresso nella meditazione del mistero pasquale: chi è il responsabile della morte di Cristo? chi ha voluto che Cristo morisse sulla croce? La domanda può essere posta a diversi livelli.
Cfr. 597-600 - Considerando lo svolgimento umano, storico degli avvenimenti, secondo il testo evangelico, sono individuabili persone precise che portano la responsabilità di quella morte: il Sinedrio e Caifa sommo sacerdote, Pilato, Giuda. Al riguardo, tuttavia, dobbiamo fare subito due importantissime precisazioni. La prima: l’imputazione di questo delitto non può essere allargata oltre le persone veramente responsabili. Non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né tanto meno a tutti gli Ebrei del nostro tempo. La seconda: se poi si tratta di valutare la responsabilità delle coscienze, le parole di Gesù (“Padre perdona...”) e di Pietro in At. 3,17 devono impedirci anche nel caso del più grande delitto commesso, di entrare nel mistero della coscienza umana.
 - Considerando l’evento della morte di Cristo non più solamente alla luce della scienza storica, ma della fede, allora ci rendiamo conto che tutti e ciascuno, a motivo dei nostri peccati, siamo responsabili della morte in croce di Gesù: tutti nella misura in cui mediante il peccato abbiamo contribuito a far sì che Cristo morisse per noi come vittima di espiazione. “E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo e ancora lo crocifiggi, quanto ti diletti nei vizi e nei peccati” (S. Francesco d’Assisi).
 - La seconda considerazione ci introduce nella terza, quella più profonda: essa ci immette già pienamente nel mistero della morte di Cristo. Dai Vangeli risulta, in primo luogo, chiaramente che Cristo ha sofferto ed è morto perché, quando e come ha voluto soffrire e morire. Egli non subisce la sua morte; il suo morire è un atto, l’atto supremo della sua libertà. Ma è ugualmente chiaro che la sua passione e morte, è un atto di obbedienza al Padre. In tutta la sua vita, in tutto il suo comportamento e predicazione, Gesù rivela la consapevolezza del disegno che il Padre ha su di lui come chiamato alla morte in croce. E’ così forte questa consapevolezza da qualificare chi, come Pietro cerca di distoglierlo, semplicemente “Satana”. Abbiamo così raggiunto il fondo della risposta alla nostra domanda. La morte di Cristo è voluta dal Padre. S. Paolo ci assicura che il Padre non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma l’ha dato per tutti noi (Rom 8,32). Certo, non come sua sorte definitiva, ma come l’indispensabile passaggio per ricevere la gloria di cui il Figlio era in possesso prima della fondazione del mondo. Il piano concepito dalle tre divine Persone a riguardo dell’uomo, comprendeva la passione e morte del Verbo incarnato. Meglio: esiste un progetto, piano che proviene dal Padre, ed ha il suo centro nella morte sulla croce del Figlio donato, in quanto ragione della gloria della risurrezione. Questa è la spiegazione ultima della morte di Cristo.
 Ma a questo punto, precisamente, sorge nel cuore del credente la domanda cui oggi dobbiamo rispondere: quale è la ragione intima di questo piano, di questo disegno del Padre, di consegnare alla morte il suo Figlio? Che logica ha tutto questo? Perché la croce di Cristo? Rispondere a questa domanda significa avere una qualche intelligenza del valore salvifico della morte di Cristo.
 Prima però di cominciare a rispondere, facciamo solo un necessario accenno ad un altro evento.
Cfr. 610-611 La sera prima della sua morte, Cristo compie un gesto accompagnato da alcune parole e poi ordina agli apostoli di ripetere questo stesso gesto. Egli cioè istituisce il “memoriale” della sua morte, in modo che essa, cioè il suo Corpo offerto in sacrificio ed il suo Sangue versato fossero sempre donati nel banchetto della Chiesa, fino alla venuta del Signore. Dunque non stiano parlando di un evento semplicemente passato, ma di un evento di salvezza eucaristicamente sempre presente.

2. Perché la Croce di Cristo? due sono i punti di riferimento, i referenti della morte di Cristo, sempre esplicitamente richiamati dalla S. Scrittura. Uno di essi sono i nostri peccati (cfr. per esempio 1Cor 15,3). E’ posto un rapporto fra morte di Cristo ed i nostri peccato. L’altro è l’amore del Padre: “Dio infatti ha tanto amato il mondo...” (Gv 3,16). Vediamoli in particolare.

Cfr. 601  2,1. Leggendo attentamente la S. Scrittura possiamo constatare che il rapporto morte di Cristo - noi - i nostri peccati, ha il seguente significato. In termini ancora molto formali, esso significa in primo luogo che il suo morire ha qualcosa a che fare con noi, ha un “qualche” riferimento colla mia esistenza. Più precisamente, la Rivelazione pone un rapporto di causalità: è a causa nostra, a motivo nostro che Cristo è morto. Infine si chiarisce ulteriormente il rapporto (cfr. 1Cor 15,3 e Gal 1,4), nel senso che la morte di Cristo è accaduta perché Egli si è assunto i nostri peccati e li ha eliminati (cfr. Rom 6,10). In sintesi: la morte di Cristo è un fatto che è accaduto per causa nostra, per amore della nostra persona, nel senso che Egli morendo ha preso su di Sé e così ha eliminato i nostri peccati e ha tolto al peccato ogni potere.
Cfr. 604  2,2. Ma la S. Scrittura mette in risalto anche che la morte di Cristo è azione ed iniziativa del Padre (cfr. Rom 8,32). E’ il mistero più profondo e sconvolgente. Cercando di balbettare qualcosa a riguardo, possiamo dire che il Padre ama sul serio la persona umana e non può “sopportare” che vada perduta. Vuole nel suo indicibile “dolore” di Padre che la persona umana sia riammessa alla Sua vita. Per questo “ispira” al Figlio il suo desiderio di salvare l’uomo. Questi accoglie liberamente l’iniziativa del Padre, non considerando come un tesoro da custodire gelosamente la sua uguaglianza al Padre medesimo, ma si fece obbediente fino ad accettare anche la morte in croce. Chi rese possibile questo “incontro” fra la decisione del Padre e la volontà del Figlio? “Lo Spirito Santo era la forza divina della carità che il Padre ispirava nel Figlio e il Figlio accoglieva, offrendosi per noi” (C.E.I., La verità vi farà liberi, Catechismo degli adulti, pag. 131, n°249). La risposta sintetica alla nostra domanda, “perché la croce di Cristo?”, potrebbe essere formulata nel modo seguente: Cristo è morto sulla croce, perché si è dato per amore senza riserve all’uomo, prendendo sopra di sé ogni ingiustizia umana distruggendola, in libera obbedienza alla decisione del Padre di salvare l’uomo in questo modo. La Croce rivela concretamente chi è Dio per noi, che cosa ha voluto essere Dio per noi: sola misericordia. “Guarda se trovi in Me altro che amore”, disse il Padre alla Beata Angela da Foligno.
 2,3. La comunità cristiana ha visto nell’amore del Padre, del Figlio, dello Spirito ciò che, per così dire, determina e qualifica l’avvenimento della morte di Cristo: la sua intima verità. Al centro della “icona delle icone”, la Trinità di Rublev, è collocato il calice eucaristico. La morte di Cristo è una decisione presa dalle Tre Persone divine: dal loro Amore. Fin dall’inizio ha cercato di capire sempre più profondamente: di avere un’intelligenza sempre più degna di questo amore. A questo scopo, essa ha fatto ricorso ad un complesso di “figure”, desunte dalla Rivelazione stessa vetero-testamentaria. Questa infatti era precisamente orientata a quell’avvenimento. Queste “figure” poi sono entrate a far parte della fede della Chiesa e del vocabolario cristiano. Limitiamoci a quelle essenziali, che non devono mai mancare nella nostra catechesi.
 - La morte di Cristo è il nostro RISCATTO-REDENZIONE: con questo si intende che la nostra salvezza è stata terribilmente onerosa per il Padre, per Cristo (“siete costati un caro prezzo”) ed è stata una vera e propria liberazione, di cui quella di Israele dall’Egitto era solo una prefigurazione.
Cfr. 613-614 - La morte di Cristo è vero, unico SACRIFICIO: tutta la lettera agli Ebrei è costruita su questa visione della morte di Cristo. Essa è il dono che Cristo fa si sé, ponendo il compimento ed il termine di ogni altro sacrificio, introducendoci così nella vita del Padre.
Cfr. 602-603 - La morte di Cristo è ESPIAZIONE dei nostri peccato. Questa comprensione della morte di Cristo è molto legata alla “figura” del riscatto redentivo. Nella morte di Cristo si realizza pienamente la figura del Servo di Jahvè: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori ...” (Is 53,4-5). Che cosa significa questa verità di fede? Cristo ha dato la propria vita a «nome» e in sostituzione dell’intera umanità.
“Ciò che conferisce alla sostituzione il suo valore redentivo non è il fatto materiale che un innocente abbia subito il castigo meritato dai colpevoli e che così la giustizia sia stata in qualche modo soddisfatta (in realtà, in tale caso di dovrebbe parlare piuttosto di grave ingiustizia). Il valore redentivo viene invece dal fatto che Gesù innocente si è fatto, per puro amore, solidale con i colpevoli ed ha trasformato così, dall’interno, la loro situazione. Infatti, quando una situazione catastrofica come quella provocata dal peccato viene assunta a favore dei peccatori per puro amore, allora questa situazione non sta più sotto il segno dell’opposizione a Dio, ma, al contrario, sotto quello della docilità all’amore che viene da Dio (cfr. Gal 1,4), e diventa quindi sorgente di benedizione (ibid. 3,13-14).”
(Giovanni Paolo II, Catechesi sul Credo, vol. II, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1992, pag. 345).
Cfr. 617  - La morte di Cristo MERITA la nostra redenzione, ogni grazia per ogni uomo. Significa che il dono di sé che Cristo compie sulla croce è tale, è di un tale valore (a causa dell’amore che lo ispira) da ottenere che il Padre lo glorifichi nella Risurrezione e lo costituisca principio di vita nuova per ogni uomo. E’ unicamente a causa di questa morte che Dio accorda ad ogni uomo il perdono del peccato e la divinizzazione.
Cfr. 615  - La morte di Cristo è SODDISFAZIONE dei nostri peccati. E’ forse la dimensione più difficile da capirsi del mistero della morte di Cristo. in linea generale, soddisfazione significa riparazione del disordine causato dalla propria scelta libera, così da meritare il perdono in ragione della misura della riparazione offerta, adeguata alla misura del disordine.
 Dire che la morte di Cristo è soddisfazione dei nostri peccato significa dire che l’amore umano con cui Cristo ha donato se stesso sulla Croce, fu tale che tutta l’ingiustizia umana è stata riparata, da meritare così la piena ricostruzione dell’Alleanza con il Padre. Ciò che è pura grazia per ciascuno di noi, è stato meritato da Gesù Cristo (che portava in sé tutti gli uomini), a causa della perfetta riparazione (= soddisfazione) dell’ingiustizia fatta al Padre dal peccato dell’uomo.
 Più profondamente si può esprimere questa dimensione della morte di Cristo, nel modo seguente.
“Dato che il piano di Dio, l’opera che persegue fin dall’inizio, è di ricondurci dal nostro stato di peccato alla gioia della sua amicizia, avendo Lui stesso, da parte sua, impegnato nei nostri riguardi la pienezza del suo amore, dell’amore che Egli porta al Figlio delle sue compiacenze, nulla può, da parte dell’uomo, «soddisfare» alle premure del suo amore per noi in modo da stabilire quell’amicizia eterna che Egli ha sognata, se non una risposta d’amore uguale all’amore che Egli eternamente ha per il Figlio e che si è degnato di riversare su di noi. Tale risposta può dargliela solo il Figlio. Perciò, per salvarci dalla nostra indigenza colmandoci della sua pienezza, Egli ha voluto incarnare il suo amore filiale in un cuore umano, un amore vissuto «nella carne», cioè nella situazione in cui l’uomo si è costituito con il peccato, per distruggere, così il peccato là dove ha regnato, cioè nella carne (Rm 6,12; 7,25; 8,1-14)”.
(F. Bourassa, Redenzione e sacrifico, Roma 1982, pag. 97).

 Nel dono che il Figlio fa di sé sulla croce, il Padre è ricambiato con un amore umano pari al suo amore divino: l’amore del Padre è pienamente “soddisfatto” nella sua esigenza di essere ricambiato. Questa risposta, pienamente soddisfacente, gli viene data “nella carne” umana, cioè in quella condizione di peccato che il Crocefisso condivide con noi (cfr. Eb 2,11-18). In questo amore del Crocefisso sta la nostra salvezza, interamente. E’ questo amore incarnato nell’atto della sua morte, che ci viene donato nell’Eucarestia.
 2,4. A questo punto, ritorna ancora la domanda. Perché il Padre ha deciso che la persona umana fosse salvata e divinizzata in quel modo, attraverso cioè il sacrificio di espiazione compiuto sulla Croce? Egli avrebbe potuto condonarci ogni peccato, senza “consegnare il proprio Figlio unigenito” alla Croce? Perché lo fece? Perché, in questo modo l’uomo veniva a conoscere, senza più alcune possibilità di dubbio, quanto Dio lo amava (cfr. Rom 5,8-9) e così era indotto, persuaso a rispondere a questo amore: decidendo la Croce per il Figlio, il Padre si rivela come amore, come pura grazia, come sola misericordia. E chiede all’uomo quindi solo di amarlo. Nello stesso tempo, questa via della Croce mostra la profonda stima che il Padre ha per l’uomo; mostra la dignità della persona umana. Infatti, come era stato l’uomo ad essere vinto dal Satana, in questo modo è l’uomo (Cristo Gesù) che vince Satana; come l’uomo aveva meritato la morte, così l’uomo precisamente morendo, distrugge la morte. Insomma vince chi è stato sconfitto e precisamente nel “luogo” (= la morte) in cui la sconfitta era stata definitiva.
 In una parola: la morte del Cristo è la perfetta rivelazione dell’Amore del Padre, del Figlio, dello Spirito verso l’uomo. (E così, in essa la proposta cristiana diventa pienamente credibile, perché la morte di Cristo ha trasformato il non- senso di ogni morire nel senso dell’amore).

Cfr. 651 3. La nostra salvezza si “compie” nella Risurrezione di Cristo. Nel mistero pasquale vi è come un duplice aspetto: la morte sulla Croce per la liberazione dai nostri peccati; la risurrezione che ci apre l’accesso alla nostra divinizzazione. Certamente, il Mistero pasquale possiede una sua profonda unità interna. Tuttavia è possibile e lecito (già lo fa la stessa S. Scrittura) distinguere vari aspetti nello stesso Mistero, in rapporto agli effetti di salvezza che ne provengono per l’uomo. Ora alla Risurrezione di Cristo viene attribuito lo specifico effetto della “nuova vita” in noi, la vita divina.
Cfr. 654  3,1: Cristo risorto è principio e fonte di una vita nuova per tutti gli uomini che credono in Lui. Questa nuova vita consiste nella vittoria sulla morte che è il peccato e nella partecipazione alla stessa vita divina (cfr. Ef 2,4-5; 1Pt 1,3): questo “contatto” col Risorto accade radicalmente nel battesimo (cfr. Rom 6,4) e raggiunge la sua pienezza nella comunione eucaristica.
Cfr. 654  3,2: la vita nuova, la vita divina che a noi viene donata mediante l’umanità risorta di Cristo è vita divina di figli. E’ partecipazione alla vita divina del Figlio unigenito - primogenito. Questa partecipazione fa sì che l’uomo esca dalla sua condizione di schiavitù per passare alla condizione di libertà. Tutto questo è possibile perché il Risorto ci rende partecipi del suo stesso Spirito. Il primo dono del Risorto è lo Spirito Santo.
Cfr. 655  3,3: Cristo risorto è infine principio e fonte della nostra risurrezione futura (cfr. 1Cor 15,20-22).
“La definitiva vittoria sulla morte, già riportata da Cristo, viene da Lui partecipata all’umanità nella misura in cui questa riceve i frutti della Redenzione. E’ un processo di ammissione alla «vita nuova», alla «vita eterna», che dura sino alla fine dei tempi. Grazie a tale processo si va formando lungo il corso dei secoli una umanità nuova, il popolo dei redenti, raccolti nella Chiesa, vera comunità della risurrezione. Al punto conclusivo della storia tutti risorgeranno, e quelli che saranno stati di Cristo, avranno la pienezza della vita nella gloria, nella definitiva attuazione della comunità dei redenti da Cristo, «perché Dio sia tutto in tutti» (1Cor 15,28).” (Giovanni Paolo II, Catechesi sul Credo, vol. II, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1992, pag. 413).
 

 Dunque la risurrezione di Gesù crocifisso non è un ricompensa data a Cristo, dopo che la redenzione era stata compiuta. La risurrezione di Gesù fa parte intrinsecamente della redenzione stessa: “Se Cristo non fosse risorto ... voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15,17).
 
 

 La riflessione precedente si limita esclusivamente all’intelligenza di fede del mistero pasquale in quanto “opera della nostra redenzione” (opus redemptionis nostrae).
 “Nelle profondità di Dio c’è un amore di Padre che, dinanzi al peccato dell’uomo, reagisce fino al punto di dire: «sono pentito di aver fatto l’uomo» ... ma più spesso il Libro sacro ci parla di un Padre, che prova compassione per l’uomo, quasi condividendo il suo dolore. In definitiva, questo imperscrutabile ed indicibile «dolore» di Padre genererà soprattutto la mirabile economia dell’amore redentivo in Gesù Cristo, affinché, per mezzo del mistero della pietà, nella storia dell’uomo l’amore possa rivelarsi più forte del peccato. Perché prevalga il dono!” (Giovanni Paolo II, Lett. Enc. Dominum et vivificantem, n° 39). Il cristianesimo è questo: il primato del dono. E’ il Crocefisso Risorto!

 SCHEDA DI LAVORO
 
 

Premessa: il tema affrontato è il centro della nostra fede e quindi deve esserlo della nostra catechesi. L’approfondimento deve iniziare dalla lettura completa del testo del Catechismo della Chiesa Cattolica (dal n. 595 al n. 667) e/o del Catechismo degli adulti - La verità vi farà liberi (CEI)  da pag. 118 a pag. 148. Solo così si avrà una visione completa d’insieme.

1. Le letture bibliche possono essere le seguenti: Is 52,13 - 53,12; Rom 3,21-26; 5,6-11; Ef 2,1-10; Eb 10,1-10.
E’ importante essere guidati nella lettura e studio di questi passi.

2. Non si deve mai dimenticare che Cristo crocefisso è “scandalo e follia” e dunque l’intelligenza della Croce come suprema rivelazione dell’amore Trinitario non può mai essere data per scontata. Ci si può aiutare con alcune domande “chiavi”.
 - Che cosa significa, nella nostra più profonda esperienza umana quotidiana, salvezza? La salvezza è in primo luogo esperienza di liberazione da un pericolo: quali pericoli insidiano quotidianamente la persona umana? Quali minacce la mettono in pericolo e che cosa nella persona è minacciato e messo in pericolo? La salvezza come liberazione implica che l’uomo si trovi in una qualche schiavitù: quale/quali?
 - In che senso la morte e risurrezione di Cristo sono la causa allora della nostra salvezza? Perché proprio questa via - la morte sulla Croce - stata scelta dalla Trinità Santa per salvare l’uomo?
 Perché è ragionevole affermare che Gesù crocefisso è veramente risorto?
 Perché l’avvenimento e l’annuncio della risurrezione di Gesù costituiscono il cuore della fede cristiana? Perché tutta la vita dell’uomo è cambiata in conseguenza della risurrezione di Gesù?
 - Nel testo della lezione si è detto che la proposta cristiana diventa veramente credibile solo a causa della croce (“sapienza e potenza di Dio”): in che senso? perché, secondo te, è proprio la morte di Cristo sulla Croce, che lo introduce nella Risurrezione, a rendere vero il cristianesimo?