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L’anti-civiltà della menzogna e dell’odio
Catechesi ai giovani
19 gennaio 2002

Ripercorriamo velocemente il cammino fatto colle catechesi precedenti. Cristo è la luce che illumina ogni uomo; è il sale che impedisce la corruzione [cfr. prima Catechesi: 20 ottobre u.s.]. Chi incontra Cristo, il discepolo di Cristo diventa in Lui "luce del mondo e sale della terra": chiamato a costruire la nuova civiltà [cfr. seconda Catechesi: 17 novembre u.s.]. Vi sono dei luoghi, degli ambienti, delle fondamentali esperienze umane che devono essere soprattutto illuminate dalla luce di Cristo, salvaguardate dalla corruzione: l’ambito del "senso della vita"; l’esperienza della libertà [cfr. terza Catechesi: 22 dicembre u.s.].

Il dono che Cristo fa al suo discepolo di diventare in Lui luce del mondo e sale della terra è un avvenimento che accade dentro ad un "mondo" di tenebre e di corruzione: la costruzione di una civiltà della verità e dell’amore si scontra ogni giorno ed in ogni ambito umano colla costruzione di una civiltà della menzogna e dell’odio.

In questa quarta catechesi rifletteremo seriamente su questa drammatica condizione del discepolo di Cristo. Lo faremo in due momenti. Nel primo vedremo come la parola del Signore ci insegni, ci mostri questo scontro delle due civiltà; nel secondo momento cercherò di schizzare un profilo della civiltà della menzogna e dell’odio.

1. "Ma le tenebre non l’hanno accolta" [Gv 1,5b]

Il primo momento della nostra riflessione deve portarvi ad una convinzione profonda. Il discepolo di Cristo è luce e sale dentro ad una condizione di scontro, di lotta, di martirio. Il martirio cioè non è qualcosa che può accadere a qualche cristiano: questo è vero del martirio del sangue. Ma il martirio inteso come testimonianza resa a Cristo in un contesto di opposizione, di contrasto contro poteri che mirano a distruggere questa testimonianza stessa, è una dimensione essenziale di ogni vita cristiana vera: o è un martire, il discepolo di Cristo, o non è niente. Siamo stati scelti e chiamati e quindi protetti da Cristo, ma nello stesso tempo sempre perseguitati e spiritualmente minacciati dai poteri avversi al Vangelo.

Ora, ponendoci in ascolto di alcuni testi neotestamentari, dobbiamo verificare che le cose stanno veramente così.

All’inizio del suo Vangelo, Giovanni scrive: "la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta" [1,5]. Abbiamo già parlato di Gesù come Luce nella prima catechesi. L’immagine della luce serve per indicare il dono che Gesù fa all’uomo della sua Verità, della sua Vita. Colla sua Vita, colla sua parola Gesù illumina il senso della nostra esistenza e ci dona una pienezza di verità, di bene che compie il nostro desiderio di beatitudine. In breve: la vita stessa di Dio ci è stata comunicata con la persona di Cristo e la sua rivelazione.

Ma "la luce splende nelle tenebre": la rivelazione che Gesù ci dona, la verità che ci comunica brilla dentro a tenebre. L’immagine delle tenebre serve ad indicare una realtà che si oppone alla verità che vuole illuminare l’uomo. Serve cioè ad indicare un "mondo" che si oppone a Dio e alla rivelazione di Gesù. Fate bene attenzione: il testo evangelico indica quest’opposizione al presente, dicendo "splende". La lotta di cui si sta parlando continua anche ora poiché oggi la rivelazione, la luce di Gesù continua a risplendere mediante al fede dei suoi discepoli. Mediante essi continua ad essere operante la forza della luce che è Cristo, e quindi permane contro di loro il potere delle tenebre.

Esiste tutto un mondo, esistono poteri [lo vedremo meglio nel secondo punto] che non accolgono quella luce: la rifiutano e la combattono [cfr. Gv 15,18-19].

Carissimi ragazzi, non illudiamoci e siamo realisti: né ottimisti né pessimisti. La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta: non lasciamoci vincere per questo dalla tentazione di ritornare alle tenebre, dopo essere diventati luce nel Signore [cfr. Ef. 5,6-14].

Voglio ora spiegarvi un testo di S. Paolo, ancora più chiaro su tutta questa materia: Ef 6,10-17. Si tratta di un testo impressionante.

Il cristiano, secondo l’Apostolo, "combatte contro una quantità innumerevole di nemici che sono continuamente all’attacco, che non è possibile definire esattamente … Essi sono a priori superiori all’uomo … sono tutti pieni di malvagità essenziale e mortale. Per sé, essi costituiscono semplicemente la multiforme avanguardia e il molteplice spiegamento di quella Potenza nemica di Dio che, quale potenza dominante il mondo, si cela dietro di essi e dietro il mondo stesso: il diavolo. La battaglia che i cristiani devono sostenere è una battaglia contro Satana. Si tratta quindi di una battaglia non umana, ma sovrumana" [H. Schlier, Lettera agli Efesini, Paideia ed., Brescia 1965, pag. 361].

Il discepolo del Signore deve quindi "attingere forza nel Signore e nel vigore della sua potenza". Anzi deve come rivestirsi di una vera e propria armatura di Dio: cintura, corazza, sandali, scudo, elmo, spada. Ad essi corrispondono esattamente verità, giustizia, pace, fede, salvezza, parola di Dio.

Carissimi ragazzi, da queste pagine bibliche risulta molto chiaramente che la nostra sequela di Cristo si scontra inevitabilmente con potenze avversarie. Se così non fosse, ne dovremmo concludere che siamo già venuti a patti con esse, che abbiamo già firmato con loro un armistizio o perfino la pace. Anche per questa ragione è assai importante che custodiate fedelmente la memoria dei martiri.

2. L’anti-civiltà della menzogna e dell’odio

In questo secondo momento della nostra catechesi vorrei delineare un breve profilo di quell’anti-civiltà che le potenze avverse al discepolo di Cristo cercano continuamente di costruire.

Il profilo può essere delineato da vari punti di vista. Noi partiamo dal punto di vista più a nostra portata di mano: dal punto di vista della nostra esperienza umana. Vorrei che prestaste particolare attenzione a quanto sto per dirvi, poiché è anche una necessaria introduzione ai laboratori della fede che inizieremo il mese prossimo.

Se entriamo per un momento dentro di noi, ci rendiamo conto che possediamo alcune certezze indubitabili che sono come evidenze originarie riguardanti la nostra persona, la costituzione della nostra persona. La costruzione dell’anti-civiltà della menzogna e dell’odio avviene in due momenti o tempi: dentro alla nostra coscienza, oscurando in noi quelle evidenze originarie; fuori di noi, costruendo una società ed una cultura generate dall’errore sulla persona umana, che è effetto di quell’oscuramento. Quali sono le "evidenze originarie"?

Prima evidenza originaria: essere "qualcuno" è essenzialmente diverso che essere "qualcosa"; è infinitamente più che essere "qualcosa". E’ l’intuizione originaria della dignità unica del nostro essere persona. È per questo che proviamo una così profonda sofferenza quando veniamo trattati come fossimo delle cose, non delle persone. Nel capitolo secondo del libro della Genesi si narra che Dio condusse all’uomo ogni animale, "ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile" [Gen 2,20c]. Cioè: l’uomo non è semplicemente il vertice dell’evoluzione della specie: non è l’animale più complesso e perfetto. È più che animale, perché è un soggetto spirituale.

Oscurando nell’uomo questa evidenza originaria, le potenze contrarie alla "luce che splende nelle tenebre" costituiscono una civiltà utilitaristica ed individualistica.

"L’utilitarismo è una civiltà del prodotto e del godimento, una civiltà delle "cose" e non delle "persone", una civiltà in cui le persone si usano come si usano le cose. Nel contesto della civiltà del godimento, la donna può diventare per l’uomo un oggetto, i figli un ostacolo per i genitori, la famiglia un’istituzione ingombrante per la libertà dei membri che la compongono" [Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie 13,6; EV 14/231].

L’individualismo è per così dire lo sfondo, il back-ground dell’utilitarismo, come risulterà chiaro da quanto dirò subito.

Seconda evidenza originaria: siamo fatti per amare ed essere amati, non per odiare ed essere odiati. E’ l’intuizione originaria della costituzionale vocazione della persona alla comunione interpersonale. È per questo che in questo mondo le persone veramente felici sono gli innamorati.

Ancora nel capitolo secondo del libro della Genesi si narra che l’uomo parla, dice le prime parole – esce cioè dalla sua solitudine originaria – quando vede di fronte a sè un’altra persona umana. Le prime parole umane sono un canto di amore [cfr. Gen 2,22-23]. Il segno di questa chiamata della persona alla comunione interpersonale è il fatto che la persona è uomo/donna. La sessualità umana, la mascolinità/femminilità è il linguaggio originario della persona attraverso il quale essa dice e realizza la sua chiamata al dono di sé.

Oscurando nell’uomo questa evidenza originaria, le potenze contrarie alla "luce che splende nelle tenebre", costruiscono la civiltà che minaccia continuamente la civiltà dell’amore, perché è una civiltà non personalista, ma individualista. Perché l’individualismo minaccia la civiltà dell’amore?

Il Concilio Vaticano II ha espresso in modo mirabile la seconda evidenza originaria dicendo che l’uomo non può "ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé" [Cost. Past. Gaudium et spes 24, ; EV/1 ]. L’individualismo costruisce una civiltà partendo dalla negazione che l’uomo si realizzi nel dono di sé, ed afferma che l’uomo si realizza solo in se stesso e per se stesso accanto o anche contro gli altri. L’ethos generato dalla seconda evidenza originaria è: fai all’altro ciò che vuoi che l’altro faccia a te; l’ethos generato dall’individualismo è: tratta l’altro come l’altro tratta te.

Sarebbe ora importante verificare che cosa significhi tutto questo nei rapporti uomo-donna, nella società, nel modo di trattare la persona: lo vedremo nei laboratori della fede.

Conclusione

Vorrei concludere leggendovi un brano di un dramma scritto da K. Woitila, intitolato Raggi di Paternità:

"Nasciamo anche attraverso una scelta – nasciamo allora dal di dentro,
e non nasciamo di colpo, ma come pezzetto per pezzetto …
Allora non tanto nasciamo, quanto piuttosto diveniamo.
Ma ad ogni momento possiamo non divenire, possiamo non nascere.
Ciò dipende da noi. E per questo – pezzetto per pezzetto –
io cerco una garanzia
per la parola "mio". La cerchi anche tu, figlia?
La nascita ha inizio da un’unione e a un’unione tende.
In questo sta l’amore."

[K. Woitila, Tutta l’opera poetica, ed. Bompiani, Milano 2001, pag. 925]

La vera sfida con cui è sfidata la vostra libertà, è questa: è posta da e nello scontro fra luce-tenebre che accade in voi, nelle vostre scelte; e fuori di voi, nel mondo e nella società in cui vivete.