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SECONDA CATECHESI AI GIOVANI
26 ottobre 1996

 Vorrei cominciare con un esempio già fatto nella prima catechesi. Immaginiamoci che una persona abbia finalmente scoperto la medicina che guarisca tutti i tumori. Che cosa ci aspettiamo che faccia? Forse che tenga nascosto questa medicina o non piuttosto non ne darà notizia a tutto il mondo, servendosi di tutti i mezzi di comunicazione?
 Ebbene, una cosa analoga è accaduta agli apostoli: essi hanno visto il crocifisso risorto. E’ stata una scoperta che ha già rivoluzionato tutta la loro vita. Ma essi hanno scoperto che questo avvenimento (che il crocefisso fosse risorto), ha definitivamente risolto l’enigma dell’esistenza umana: l’intero enigma dell’esistenza umana. Ed a quel punto non hanno più potuto tacere: e la loro testimonianza è giunta fino a noi. Ecco: questa sera, in questa seconda catechesi, parleremo proprio di questo. Ci faremo le seguenti domande, e cercheremo di rispondere.
 Prima domanda: che cosa significa “soluzione dell’intero enigma dell’esistenza umana”?
 Seconda domanda: che cosa veramente è accaduto nella morte-risurrezione di Gesù?
 Terza domanda: perché ciò che è accaduto nella morte e risurrezione di Gesù è la definitiva soluzione dell’intero enigma dell’esistenza umana?

1. Riflettiamo un poco sulla prima domanda: l’enigma della nostra esistenza. Perché la nostra esistenza ci appare spesso come enigmatica? In che senso enigmatica?
Proviamo a rivivere nella nostra immaginazione o fantasia il seguente racconto (o parabola). Stiamo sorvolando con un aereo l’oceano. Ad un certo punto, a causa di un guasto irreparabile dell’aereo, il pilota è costretto ad atterrare su una sperduta isola di cui fino a quel momento si ignorava l’esistenza. Cerchiamo di immedesimarci il più possibile in questa situazione. Usciti dall’aereo, che cosa ci chiediamo immediatamente? E’ ovvio: dove sono arrivato? Questa domanda significa: ci saranno altre persone in quest’isola? Come mi accoglieranno? Che ambiente è questo in cui sono capitato?
In realtà, ciascuno di noi ha vissuto veramente questa esperienza, al momento della nostra nascita, al momento in cui siamo entrati nella realtà. Dante direbbe “ne lo gran mare dell’essere”. Questo ingresso suscita in ciascuno di noi un profondo stupore che genera la domanda radicale: quale è il “senso” di tutto questo? La domanda sul senso è domanda se la realtà ha o non ha un significato (domanda se esista una verità), ed è domanda se la realtà meriti di essere voluta o rifiutata (domanda se esserci è bene o male). Ciascuno porta nel cuore la domanda metafisica o la domanda etica, nel momento stesso in cui entra nella realtà: per il puro e semplice fatto di esistere come persone. E pertanto non puoi non rispondere: il rifiuto di rispondere è già una risposta. Siamo proprio già imbarcati.
Ecco in che senso primordiale noi parliamo della nostra esistenza come di un’esistenza enigmatica: la nostra persona si trova dentro ad un universo da cui non vede il significato. Non vede immediatamente se tutto, alla fine, è  il frutto del caso; se tutto è governato da una cieca ed impersonale necessità; se tutto è governato da una Sapienza e da un Amore di un Dio personale.
Vi ricordate in che situazione si vennero a trovare gli amici, uomini e donne che avevano seguito Gesù, la sera della sua morte? Persone senza speranza; persone che non potevano più accettare questa realtà: in essa aveva trionfato l’ingiustizia, l’opportunismo. Dio era stato sconfitto. Qui l’enigma dell’esistenza si era fatto ancora più difficile da decifrare. Perché? Vorrei a questo punto richiamare la vostra attenzione su un’esperienza mirabile che tutti noi facciamo e che quindi anche gli apostoli fecero.
Il bambino trova la risposta alla sua domanda di significato nel volto sorridente della madre che lo accoglie (incipe parve puer risu cogniscere matrem): il bambino che viene rifiutato vede in questo rifiuto il volto della realtà come volto di un destino che gli è estraneo, anzi nemico. Questa straordinaria esperienza che tutti noi abbiamo vissuto, che cosa ci insegna? Ci insegna che noi scopriamo il significato della realtà nell’incontro e mediante l’incontro colla persone; che noi vediamo quale volto ha il destino nel volto delle persone che incontri. Pensate, per richiamare una altra esperienza, che cosa succede in un ragazzo quando si innamora di una ragazza: tutta la realtà ha il volto di quella ragazza. E così era successo agli apostoli.
Essi avevano “visto” nella persona di Gesù, mediante la compagnia di vita con Lui che il destino ha un volto bello e buono. Pensate alle parole di Pietro: “tu solo hai parole di vita eterna”; alla conversione di Zaccheo; all’amore appassionato di Maddalena. Ebbene, questa persona era stata sconfitta! In lui ogni certezza che questa creazione fosse da amare; che il volto del destino fosse attraente, era semplicemente crollata.
Ecco in che senso noi parliamo della nostra esistenza come di una esistenza enigmatica: la nostra persona si trova dentro un universo che contraddice le aspirazioni più profonde del nostro cuore. L’aspirazione alla verità, la nostalgia del bello, il desiderio dell’amore sembrano scontrarsi contro un destino di ingiustizia. Sentiamo la realtà estranea, contraria alle aspirazioni del nostro cuore.
Abbiamo così risposto alla nostra prima domanda: in che senso l’esistenza di ciascuno di noi è una esistenza enigmatica? In due sensi legati fra loro. Primo: è enigmatica perché la nostra persona si trova imbarcata dentro ad un universo in cui non vede il significato. Secondo: è enigmatica perché la nostra persona si trova imbarcata dentro ad un universo che contraddice le aspirazioni più profonde del nostro cuore.
Analizzando però l’enigmaticità della nostra esistenza, abbiamo fatto una scoperta straordinaria: la soluzione dell’enigma potrà venirci solo nell’incontro con una persona. La soluzione dell’enigma è una persona. E gli apostoli in sostanza, dissero: è la persona del crocefisso-risorto. Perché? Perché solo la persona del crocefisso-risorto è la soluzione dell’enigma dell’esistenza? Rispondiamo subito nel secondo punto.

2. Ci immergiamo in un mistero senza fondo, quel mistero che la Chiesa chiana il mistero pasquale, vera soluzione unica dell’enigma della nostra esistenza.
Dobbiamo allora rifarci una domanda: che cosa accade veramente in questa morte se attraverso essa Gesù giunge ad una vita umana completamente nuova? Ad una vita non più mortale, ma immortale? E’ infatti il crocefisso che è risorto: non un altro. Morto nel modo descritto con infinita pietà, ma anche con un realismo sconvolgente dagli evangelisti: questi è risorto. Perché? Che cosa è successo in quella morte?
- E’ successo che Gesù è morto perché si è addossato tutto il male dell’uomo. E’ stata una morte assolutamente singolare, unica perché è stata un incondizionato addossarsi di tutte le ingiustizie di questo mondo. E’ morto “per noi”, cioè “in riferimento a noi” o più precisamente “per causa nostra” o ancora più precisamente “per i nostri peccati”.
Vorrei aiutarvi a capire un poco questo incredibile avvenimento della morte di Gesù come evento in cui Uno muore a favore di tutti, con un episodio realmente accaduto. Una ragazza si innamorò di un ragazzo che la ricambiò; un amore vero, profondo, commuovente. Ma il ragazzo era ammalato di AIDS: essi parlavano di sposarsi e di vivere interamente il loro amore coniugale. Fu in questo momento della loro storia che li incontrai. Io feci presente a lei che era completamente sana, a quali conseguenze si esponeva: anche la morte. E lui mi disse: io la amo, ma non posso chiedere nulla. Si sposarono. Dopo qualche mese, la ragazza aveva contratto l’AIDS. Ecco che cosa significa addossarsi la miseria dell’altro fino in fondo!
Gesù si è addossato la nostra miseria; ne è rimasto “contagiato” (non in senso morale) ed è morto. Unico sbocco obbligato del male è la morte. S. Paolo giunge fino a dire che in quel momento, Egli era la maledizione. Sentite come un poeta latino-americano questa sconvolgente dimensione della morte di Cristo: ascoltate attentamente, più col cuore che colle orecchie.

Ci furono belle morti nella storia
il nobile gesto di Socrate
tuttora perdurante nella luce attica
che beve lentamente la cicuta.
Stefano il protomartire il suo viso d’angelo
che contempla sulle nubi la gloria di Gesù Cristo;
quelle legioni di uomini donne bambini di Gesù Cristo
che gridano Viva Cristo Re direttamente in faccia alla morte
ci furono morti trionfali nella storia
ma Cristo il lebbroso l’amoroso
il ferito di Dio il sacerdote e vittima
non poteva morire gridando Viva Cristo Re
egli morì dell’immensa oscura morte
della totale paurosa morte dell’uomo
figlia primogenita del peccato
il primogenito tra i morti il redentore
lui non vide Gesù Cristo prima di morire
lui entrò completamente nudo nel grande abisso
tra il cielo e la terra abbandonato per puro amore
lui morì tutte le morti derelitte una per una
il grido del malato il terrore del perverso del senza Dio e senza legge
lo sparo del suicida il tormento della vergine assassinata
il più bello tra i figli degli uomini
per amore volle morire l’orrore della morte in sé
l’infinito morire.

(J.M. Ibanez Langlois, Il libro della passione, ed. Ares Milano 1986, pag. 164)
 

- Ma nella morte di Gesù non è successo solo questo: essa non è solo un evento di completa, totale, radicale condivisione di ogni nostra miseria. Essa è anche e soprattutto un gesto di completa, totale donazione a Dio: anzi (dice S. Paolo) di obbedienza a Dio. “La sua morte non è ... un consegnarsi ciecamente agli uomini, un’inclinazione verso gli uomini che non conosce riserve ...; il suo morire non è un gesto radicalmente semplicemente umanitario. La sua morte, proprio in quanto donazione all’uomo, è donazione a Dio” (H. Schlier, cit. pag. 115). Cerchiamo di capire un poco questa seconda, essenziale dimensione della morte di Cristo.
Egli che, come abbiamo detto, è tutta la miseria umana, si rimette, così come è, nelle mani di Dio: affida completamente la sua sorte a Lui. Egli vive interamente la tremenda realtà di questo mondo dominato dall’ingiustizia, dall’orrore del male che lo divora (prima dimensione della sua morte = è morto per i nostri peccati). Ma vive questo, affidando la sua causa a Dio stesso (cfr. 1Pt 2,23). E’ come se dicesse: “Ecco tutta la miseria umana; ecco tutto il male è su di me; ecco l’uomo (ecce homo): distrutto completamente. Ma ancora una volta per l’ultima volta, nelle tue mani io metto me stesso: io metto l’uomo che sono io ora, l’uomo distrutto”. Ecco che cosa è successo nella morte di Cristo; che cosa è stata la morte di Cristo. E’ stato un abbandonarsi pieno e totale nelle mani di Dio. Ed ora, vediamo che risposta viene da questa invocazione. E’ come un immenso silenzio improvviso che scende su tutto l’universo (è il silenzio del sabato dopo quel venerdì): un’attesa immobile.
Ed ora immaginiamoci che la risposta che viene, sia la seguente: Gesù è morto, è sepolto, si decompone nel suo sepolcro e non apparirà mai più in questo mondo. Che cosa significherebbe tutto questo? Ascoltatemi bene.
Significherebbe che il male è la forza che vince tutto: che in fondo, il destino ultimo della realtà è il nulla. Che uno ha provato ad essere giusto fino in fondo, affidando la sua causa a Dio: è stato sconfitto. Dio non lo ha liberato. Ed allora i casi sono due: o Dio non ha voluto farlo, ed allora non sta dalla parte della giustizia; o Dio non ha potuto farlo, ed allora è meno forte del male; o Dio non ha saputo farlo, ed allora non esiste più una sapienza vera. Cioè, hanno ragione gli atei di oggi: “che Dio esista o non esista non interessa, dal momento che in un caso come nell’altro, la vita non cambia”.
Si avvera allora quanto detto da Cristo nel «Discorso dal cosmo del Cristo morto sulla non esistenza di Dio» nel romanzo SilbenKäs di Jean Paul:
“Passai attraverso i mondi, salii nel sole e volai con le vie lattee i deserti del cielo; ma non esiste alcun Dio. Sono disceso fin dove l’essere getta la sua ombra, guardai nell’abisso e gridai: «Padre, dove sei?» Ma ho udito l’eterno scorrere che nessuno governa e dall’occidente sorse sull’abisso l’arcobaleno tutto risplendente, senza un sole che l’abbia creato, e gocciolava giù. E quando alzai lo sguardo verso il mondo immenso alla ricerca dell’occhio divino, il mondo mi fissò con un’occhiata vuota e senza fondo, e l’eternità era stesa sul caos, lo corrodeva e ruminava se stessa. Dissonanze, continuate a gridare, squarciate le ombre; poiché Egli non esiste”

Vi ricordate le due domande che costituiscono l’enigma dell’esistenza umana? La realtà ha un senso? La risposta vera sarebbe: nessuno. “Il mondo può solo domandarsi ancora con Pilato: che cosa è la verità? Ma se non esiste più verità, allora non esiste più neppure libertà, non esiste più nessuna gioia, nessuna pace, nessuna misericordia, nessun perdono, nessun amore” (H. Schlies, Il Mistero pasquale, ed. Jaca Book 1991, pag. 35).
Ma le “cose” non finirono in questo modo: gli apostoli videro che il crocefisso era risorto. Egli non rimase nella tomba: Egli è vivo. Vivo non della vita di cui viveva prima. Certamente è vivo in carne ed ossa, ma è vivo in una vita così nuova, splendida, che non morirà più.
Perché in questo fatto, essi videro che l’enigma della esistenza umana era risorto completamente? Era la terza domanda che ci eravamo fatti. Non potremo rispondere in questa catechesi in modo compiuto: lo faremo nella prossima. Ora solo un accenno.

3.  E’ la soluzione dell’enigma dell’esistenza, perché nella persona del crocefisso-risorto, l’uomo vede che esiste un Amore che lo accoglie: un Amore che sa, vuole, può far “cooperare tutto al tuo bene”. L’enigma si è sciolto perché hai incontrato l’Amore.
 Chi è infatti il Risorto? È il crocefisso: colui che è morto nel modo che abbiamo descritto. E’ morto per amore verso l’uomo, condividendo tutto il ed ogni male umano ed affidandosi a Dio. Dio, non permettendo che conoscesse la corruzione del sepolcro, ha, per così dire, “fissato” per sempre il crocefisso nel suo amore che ha così vinto ogni male e la morte.
 Cambia tutto il carattere della nostra esistenza. C’è ormai Qualcuno che risponde di tutto: il volto del tuo destino è una persona che ha già vinto la morte e quindi ha vinto ogni ingiustizia, ogni impossibilità.. Che cosa tutto questo significa, lo vedremo nella prossima catechesi.
 
 

Conclusione

 L’ultima parola di Gesù, prima di morire, è stata: “tutto è stato potato a perfezione”. Ecco: il nostro destino ormai si è svelato; l’enigma è risolto.
 Ora, vedete, si possono costruire cattedrali stupende come la nostra. Si possono scrivere opere come La divina commedia. Il bambino ancora prima di nascere, merita già un rispetto assoluto. Santo, santo, santo è il lavoro dell’uomo. Gli sposi che diventano una sola carne, sono un mistero di grazia e di amore. Il senso del dolore è stato svelato. I santi cominciano ad invadere il mondo: la gioia è venuta ad abitare nella nostra terra.