home
biogr.
english
español
français
한 국 어
1976/95
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017


IL FIGLIO: dono o diritto?
Conferenza ai Lions Clubs di Bondeno
17 novembre 2000

Vorrei riflettere sulla "procreazione artificiale" ponendomi una domanda: la "procreazione artificiale" rispetta la fondamentale uguaglianza di dignità delle persone umane? più precisamente: dell'uguaglianza nella dignità fra genitori e figlio?

Qualche premessa prima di iniziare a costruire la risposta. Per "procreazione artificiale" intendo il procedimento teso a porre le condizioni di un concepimento umano prescindendo completamente dalla congiunzione sessuale. Esso dunque è una via alternativa (al congiungimento sessuale) in ordine al concepimento di una nuova persona umana. La mia riflessione prende in esame esclusivamente il procedimento in sé e per sé. Tralascio la considerazione e la presa in esame delle circostanze che possono accompagnarlo: produzione di embrioni sovra-numerari; provenienza extra-coniugale dei gameti; o altro ancora. Sono circostanze che possono aggravare il giudizio etico. Mi voglio limitare alla "procreazione artificiale" in sé e per sé.

Un'ultima premessa assai importante. Il giudizio morale su una condotta non esige sempre di essere trascritto in termini giuridici. L'ordinamento giuridico positivo non è la condificazione integrale dell'ordine morale. Il principio che deve regolare i loro rapporti è che, come ha insegnato S. Tommaso d'Aquino, il legislatore deve vietare solo quelle azioni il cui divieto è accettabile per la maggioranza e senza il cui divieto sanzionato la vita associata sarebbe impossibile [cfr. 1,2, q. 96, a.2]. La mia riflessione non sarà di natura etico-giuridica e giuridico-politica, ma etica. Mi limiterò solo a qualche accenno di carattere etico-giuridico.

A questo punto posso già dire come si articolerà la mia riflessione. Nel primo punto esporrò la mia risposta alla domanda da cui siamo partiti; nel secondo punto cercherò di rispondere alle obiezioni che si possono muovere alla mia risposta; nel terzo ed ultimo mi limiterò ad enunciare semplicemente alcune conseguenze etico-politiche.

1. L'intrinseca ingiustizia della "procreazione artificiale".

Per ragioni di chiarezza vorrei subito esporre la mia argomentazione nelle sua ossatura logica, passando poi alla dimostrazione delle sue singole articolazioni.

1,1. La decisione di ricorrere alla "procreazione artificiale" e le azioni poste in essere per realizzarla configurano un rapporto fra genitore-concepito (in vitro) nel quale il valore di una concreta vita umana viene fatta dipendere dal suo "essere desiderata", dal riconoscimento di altri.

1,2. Ma un atto che configura un tale rapporto fra persone umane è un atto ingiusto.

1,3. Quindi la "procreazione artificiale" è un atto ingiusto perché lesivo della fondamentale uguaglianza delle persone umane nella dignità.

1,1. Passo subito alla dimostrazione della prima affermazione: la più importante. Si tratta di capire profondamente la vera natura della "procreazione artificiale".

Che i due sposi che ricorrono alla "procreazione artificiale" desiderino un figlio è un'ovvietà. Ma, come può succedere, dentro ovvietà si nascondono spesso verità profonde. Cominciamo col distinguere, distinzione già fatta da Aristotele, fra "desiderio" ed "intenzione" [rispettivamente: "desiderare" ed "intendere"]. Il desiderio è il movimento della nostra volontà verso ciò che non è in nostro potere ottenere colla nostra azione: un ammalato terminale continua a desiderare la salute. La intenzione è il movimento della nostra volontà verso ciò che non è immediatamente in nostro potere raggiungere, ma che può esserlo compiendo una serie adeguata di azioni ritenute "mezzi" idonei: chi è ammalato di appendicite non desidera solo la salute, ma ha l'intenzione di ricuperarla e quindi compie una serie ordinata di azioni adeguate.

In ordine alla soluzione del nostro problema questa distinzione è assai importante. Possiamo rendercene conto, lasciando per un momento la considerazione della "procreazione artificiale" e fermandoci un poco a riflettere sull'atto sessuale coniugale nella sua relazione alla procreazione di una nuova persona umana.

L'atto sessuale coniugale può essere compiuto dagli sposi col desiderio di avere bambini o a causa del desiderio di avere bambini. Esso però non è definibile come "mezzo per avere bambini". Quello che i coniugi fanno, quando si uniscono sessualmente, con o senza desiderio esplicito di figli, "si può descrivere intenzionalmente come un reciproco donarsi e precisamente nella totalità del loro essere uomo e donna… L'interiore significato dell'atto coniugale come atto personale trascende il contesto semplicemente naturale di copula e procreazione" [M. Ronheimer, Etica della procreazione, ed. Mursia, Roma 2000, pag. 135]. Ciò trova conferma nel fatto che due coniugi, supposto tutto ciò che deve supporsi, possono evitare di compiere l'atto sessuale quando potrebbe conseguirne un concepimento, e viceversa. Né in quest'ipotesi [atto sessuale compiuto nel periodo infertile] l'atto sessuale coniugale perde significato dal momento che l'intima natura di esso non è configurabile come "mezzo per la procreazione", anche se naturalmente ne è il mezzo.

Se ora ritorniamo alla "procreazione artificiale", noi vediamo subito che le cose stanno in modo diametralmente opposto. L'unica ragione che muove una coppia a ricorrere alla "procreazione artificiale" è il desiderio di avere figli: non ne esiste un'altra. E se dopo vari tentativi, l'effetto desiderato non è ottenuto, nessuna coppia continua a sottoporsi alla "procreazione artificiale": l'abbandona. La messa in atto di una "procreazione artificiale" si configura essenzialmente e quindi necessariamente come realizzazione pura e semplice del desiderio di avere un figlio. Mentre l'atto sessuale coniugale può essere compiuto esclusivamente perché si desidera il figlio, ma esso – come tale – non intenziona semplicemente questo desiderio [esso intenziona l'amore che unisce i due sposi], la "procreazione artificiale" è sempre compiuta solo perché si desidera il figlio e quindi essa intenziona semplicemente questo desiderio.

Ed è qui che si pone l'intima natura della "procreazione artificiale": vi prego di prestare molta attenzione. Il figlio è voluto in quanto esaudisce un desiderio: la bontà, il valore del suo esserci consiste nel fatto che egli compie un desiderio. "E' bene che tu venga all'esistenza, perché così il mio desiderio è compiuto!": dice di fatto chi ricorre alla "procreazione artificiale". La bontà, il valore dell'esserci di una persona è condizionata dal fatto che un desiderio è soddisfatto: il figlio è un bene perché è desiderato! (E quindi può valere anche il contrario: il figlio è un male quando non è desiderato [= aborto]).

Ancora una volta vi prego di cogliere la diversità essenziale dell'atto sessuale coniugale. Poiché esso nella sua intenzionalità non è "mezzo di procreazione" anche quando compiuto col desiderio del figlio, questi – una volta compiuto l'atto coniugale – può essere solo atteso/non atteso, ma non si fa dipendere il valore della sua vita dall'essere egli o non desiderato.

Chi ricorre alla "procreazione artificiale" vuole "fare-produrre" la vita di un figlio; chi compie l'atto coniugale vuole/può volere "servire alla vita": chi la "produce" [= crea] è solo Dio.

Penso dunque di aver sufficientemente dimostrato che la decisione di ricorrere alla "procreazione artificiale" e le azioni poste in essere per realizzarla configurano un rapporto genitori-figlio nel quale la bontà, il valore di una concreta vita umana viene fatta dipendere dal suo essere desiderata.

1,2. Devo ora dimostrare che un rapporto di questa natura è intrinsecamente ingiusto. E' più agevole cogliere questa intima ingiustizia se ora ci mettiamo dal punto di vista del figlio.

Dal punto di vista del figlio prodotto da una "procreazione artificiale". Questi può dire, deve dire ai suoi genitori: "io ci sono perché mi avete voluto! La mia esistenza dipende dalla vostra volontà!". Si pone cioè un rapporto di dipendenza causale perché è una dipendenza sul piano dell'esserci.

Questo non è vero dal punto di vista del figlio generato in un rapporto sessuale coniugale. Il figlio, può solo dire: "Io esisto perché mi avete desiderato!". Ora il desiderare da solo non istituisce un rapporto causale fra chi desidera e la realtà desiderata: desiderare non è avere! Ed il figlio deve continuare, dicendo "…e Dio ha compiuto il vostro desiderio!". Cioè: l'esserci della nuova persona è dovuto esclusivamente alla volontà di Dio. E pertanto è solo di fronte a Dio che ne dovrà rendere conto.

Possiamo esprimere la stessa verità in altro modo. La "procreazione artificiale" si configura come produzione di una persona umana, e la produzione istituisce sempre un rapporto di dipendenza del prodotto dal produttore. L'atto sessuale coniugale invece si configura come generazione di una persona umana, e la generazione istituisce sempre un rapporto di uguaglianza nella dignità della partecipazione alla stessa natura.

In sostanza in che cosa consiste l'intima ingiustizia della "procreazione artificiale"? Nel fatto che il valore di una persona dipenda dal riconoscimento dello stesso da parte di un'altra.

1,3. La conclusione della nostra argomentazione spero che risulti dimostrata e chiara. La "procreazione artificiale" è lesiva della dignità della persona perché la condiziona ai desideri degli altri. Nega cioè nei fatti che ogni vita umana è un bene in sé e per sé, e non solo la vita umana "desiderata".

E pertanto si infrange il precetto fondamentale della giustizia: non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te. Nessuno vuole che il valore della propria vita dipenda dal fatto che essa soddisfi il desiderio di altri: vuole che sia riconosciuta incondizionatamente.

2. Risposta alle obiezioni.

La tesi sostenuta, affermando l'intrinseca ingiustizia della "procreazione artificiale", nega perciò stesso che ci possano mai essere circostanze nelle quali sia legittima.

Ad essa ovviamente possono essere mosse diverse obiezioni. Mi limito ad enunciare le principali e a rispondervi.

La prima. Anche nel caso di una "procreazione artificiale" la venuta all'esistenza è effetto di un atto creativo di Dio, e pertanto il suo esserci non è dovuto ad altri che al Signore della vita: esattamente come nella procreazione naturale. E quindi ciò che si dice sulla diversa natura etica del rapporto che si istituisce fra genitori-figli nella "procreazione artificiale" e nella PN non ha fondamento.

L'obiezione dice il vero quando afferma che la causa dell'esserci di una persona è l'atto creativo di Dio, sempre e comunque. Ma il problema è un altro. Poiché la venuta all'esistenza di una nuova persona umana è il risultato di una cooperazione fra Dio e i genitori, ci chiediamo: di che natura deve essere la decisione (e l'attività che la realizza), di cooperare con Dio creatore? Non si può rispondere: è eticamente indifferente l'attività umana che coopera con Dio creatore. Quella che si realizza nella "procreazione artificiale" si mostra essere un'attività che pone in essere un rapporto sbagliato col concepito, perché lo riduce ad essere oggetto di desiderio e viene valutato in quanto tale.

La seconda. Questa riduzione è falsa. Infatti il bambino, ottenuto in vitro, è accolto con pienezza di amore e con pieno rispetto della sua dignità.

Ciò è possibile, ma non infirma la nostra argomentazione. E' sempre possibile passare da un rapporto ingiusto con una persona ad un rapporto giusto. Il problema è un altro: l'attività di dare origine alla persona umana quale si attua nella "procreazione artificiale" istituisce un rapporto giusto? Non si sta trattando di tutta l'estensione del rapporto genitori-figlio, ma solo del rapporto che si istituisce coll'attività che pone le condizioni del suo essere concepito. E' questa la domanda.

La terza. Ma ciò che si dice della "procreazione artificiale" può essere vero anche della Procreazione naturale. Anche in questo caso, i due sposi possono essere mossi a compiere l'atto sessuale esclusivamente dal desiderio di avere un figlio, e quindi la loro congiunzione sessuale si configura come mezzo per soddisfare un desiderio. L'unica diversità fra le due situazioni è che in un caso il "mezzo" per realizzare il desiderio è naturale, nell'altro è artificiale. Ma l'artificialità di un mezzo non depone per se stessa contro la sua bontà etica: se così non fosse, bisognerebbe condannare dialisi, by.pass coronarico e così via. Il che certamente nessuno vuole fare.

Questa è l'obiezione più seria di tutte, perché se è vera, distrugge interamente la nostra tesi.

Concediamo subito che l'artificialità della procedura da sé sola non dice nulla dal punto di vista morale.

Concediamo che anche all'interno della coppia può configurarsi una situazione come quella descritta, ma proprio qui sta l'errore in cui cade l'obiettore. Egli da questa possibilità deduce la legittimità della "procreazione artificiale", ragionando in fondo, nel modo seguente. Poiché la ragione per cui si afferma l'ingiustizia della "procreazione artificiale" può verificarsi anche nel rapporto coniugale; poiché questo, nel comune sentire morale, non è ingiusto, dunque non lo è neppure la "procreazione artificiale". E dunque non rimarrebbe che la sua artificialità a fondare un giudizio negativo.

Noto subito che è possibile anche una conclusione diversa: come è ingiusta la "procreazione artificiale" in quanto … [si ricordi tutta l'argomentazione], così anche il rapporto coniugale ridotto a puro mezzo per soddisfare il desiderio di avere un bambino è per la stessa ragione ingiusto. Ma il punto non è questo. E' il seguente. Mentre l'atto sessuale coniugale può essere deformato da un rapporto sbagliato alla procreazione che ne può conseguire, la "procreazione artificiale" è in se stessa e per se stessa necessariamente ingiusta in quanto l'unica ragione per cui si ricorre alla "procreazione artificiale" è esclusivamente quella di soddisfare il desiderio dei figli. La funzionalizzazione al soddisfacimento del desiderio può accadere nel rapporto coniugale; non può non accadere nella "procreazione artificiale": questa è la diversità essenziale.

La quarta. Ma allora il desiderio di avere un figlio è illecito? Affatto: è un desiderio legittimo, ma non ogni modo di soddisfarlo è giusto. Solo la modalità che non ponga il figlio al servizio di altri, sia pure del desiderio dei genitori. Come ho già spiegato sopra.

3. Brevi riflessioni etico-giuridiche.

Bisognerebbe ora affrontare il tema difficile della legislazione civile nell'ambito della "procreazione artificiale". Mi limito ad alcuni accenni.

La volontà del legislatore deve essere mossa dal bene comune che consiste in primo luogo nella produzione di un ordinamento giuridico che garantisce i diritti fondamentali di ogni persona umana.

Inoltre, mentre ha senso per il moralista il fare un discorso tenendo conto della sola natura dell'atto umano in questione [e già Aristotele lo fece: cfr. EN 1107 a,9-18] e non delle circostanze in cui è compiuto, questo modo di procedere non è consigliato al legislatore. Egli deve tener conto di ogni circostanza rilevante. Nel caso nostro: produzione di embrioni sovra-numerari; altissimo tasso si insuccesso della "procreazione artificiale" ed altro ancora.

Fatte queste due premesse, che meriterebbero ben diverso sviluppo, propongo alcune telegrafiche riflessioni: precisamente due.

La prima. Introdurre nell'ordinamento giuridico il principio che legittima la separazione dell'attività procreativa dall'attività sessuale-coniugale comporta un rischio gravissimo. Affermata questa legittimità, non si vede più perché l'attività procreativa non potrebbe essere richiesta [a tecnici] per ragioni che si ritengono di interesse comune: avere embrioni per esperimenti, per esempio. Si apre di fatto la porta ad un uso di alcune persone da parte di altre.

La seconda e più seria. Penso che sia fondamentale in ogni società che la vita di nessuna persona sia considera un bene in quanto desiderata, bensì sempre in sé e per sé. Penso che tale considerazione debba essere tutelata anche giuridicamente. Diversamente si costruisce una società in cui il proprio desiderio è la regola sovrana.

Da ciò deduco che lo Stato dovrebbe puramente e semplicemente proibire ogni ricorso alla "procreazione artificiale".

Conclusione

La riflessione che abbiamo fatto è in fondo generata da una grande certezza: quella della dignità incondizionata di ogni persona umana. La vera posta in gioco è la seguente, in tutta la questione della "procreazione artificiale": può esistere una persona umana cui non debba essere riconosciuta una dignità incondizionata? Il futuro della nostra civiltà dipende dalla risposta che diamo a questa domanda.