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La funzione del Vescovo per una Chiesa evangelizzata ed evangelizzatrice
Istituto Veritatis Splendor, Bologna
4 maggio 2001

Non sono poche le ragioni per cui l’obbedienza della fede al Magistero del Vescovo è andata progressivamente mutandosi [corrompendosi "in aliam speciem"] in altre attitudini. Ne indico due.

La prima è costituita dal fatto che il Magistero episcopale è andato progressivamente interessandosi sempre maggiormente di materie che non sono o non appaiono immediatamente attinenti al suo proprio oggetto. Ciò ha avuto due effetti. Nella coscienza dei fedeli si è oscurata la percezione che il dovere primo, statutario, del Magistero è di far conoscere a tutti Gesù Cristo, e di annunciare Lui. In secondo luogo, in quel tipo di magistero interviene sempre anche un giudizio su materie non pertinenti alla competenza magistrale, il Magistero è andato sempre più esponendosi alla critica dei fedeli. Risultato: il Magistero espone un’opinione che può esibire argomenti anche maggiori di altre, ma resta sempre un’opinione fra le altre.

La seconda ragione è assai più seria ed attiene al giudizio di irragionevolezza con cui dall’Illuminismo in poi è stata qualificata la fede, giudicando l’assenso della ragione "per l’autorità di chi insegna" una contraddizione. A dire il vero oggi si è andato ben oltre, giudicando semplicemente … irragionevole ogni ragione che pretenda di conoscere un vero definitivo.

La crisi del rapporto fedeli-Magistero episcopale può essere giudicata come qualcosa di secondario nella vita della comunità cristiana? Uno degli obiettivi che la mia riflessione questa sera si propone di mostrare è che l’unità di fede col Magistero del Vescovo fa parte della costituzione stessa della comunità cristiana come tale. Tesi questa che cercherò di dimostrare attraverso vari passaggi che scandiranno la mia riflessione, costituendone le articolazioni fondamentali. Questo dunque sarà lo schema della mia riflessione. La inizieremo riflettendo sul rapporto Rivelazione-Chiesa entro il quale la Chiesa si configura come comunità evangelizzata e come comunità evangelizzatrice. Nel secondo punto rifletteremo sulla funzione magisteriale del Vescovo alla luce del rapporto Rivelazione-Chiesa, e quindi sulla necessità dell’unità dei fedeli col Magistero del Vescovo.

1. Rivelazione e Chiesa.

"Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato, e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della Vita (poiché la vita si è fatta visibile) … noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo" [1Gv 1,1-3].

Il testo biblico esprime la costituzione originaria e permanente della Chiesa, di ogni comunità cristiana. Essa nasce dall’ascolto di un annuncio che testimonia un Avvenimento di cui è responsabile Dio stesso, in vista di una comunione fra gli uomini che è partecipazione della stessa comunione trinitaria. E’ necessario che ci fermiamo brevemente su ciascuno di questi elementi costitutivi.

Ciò che fa nascere la Chiesa, ciò che fa nascere ogni comunità cristiana non è il fatto che alcuni o molti uomini si trovano d’accordo attorno ad una dottrina, ad un progetto di vita o all’impegno di raggiungere uno scopo condiviso da tutti. La Chiesa nasce dall’ascolto di una predicazione che testimonia un fatto: "la Vita si è fatta visibile". E’ un fatto che ha la sua origine esclusivamente da una decisione divina. E’ un ascolto che coinvolge l’intera persona; un coinvolgimento con il quale l’uomo si abbandona a Dio che parla tutto intero, prestando liberamente il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà [cfr. Cost. dogm. Dei Verbum 5].

All’origine della Chiesa, di ogni comunità cristiana, sta un atto di obbedienza: della ragione che dà il suo assenso alla testimonianza di fatti che la superano; della volontà che muove la ragione ad assentire e che decide di vivere conformemente a quell’annuncio. Quando dico "origine" non intendo un momento puntuale trascorso il quale la Chiesa vive poi in se stessa. Essa invece è continuamente generata da quell’ascolto: e come continuamente "sospesa" all’annuncio. Quando il Concilio di Trento qualifica la fede come "fundamentum et radix", intende precisamente questo. La parola "fondamento" denota la stabilità statica dell’edificio; la parola "radice" denota la permanente generazione della Chiesa che l’annuncio, che la Parola di Dio opera. Paolo VI nell’Es. ap. Evangeli nuntiandi scrive: "Comunità di credenti, comunità di speranza vissuta e partecipata, comunità di amore fraterno, essa ha bisogno di ascoltare di continuo ciò che deve credere, le ragioni della sua speranza, il comandamento nuovo dell’amore. Popolo di Dio immerso nel mondo, e spesso tentato dagli idoli, essa ha sempre bisogno di sentir proclamare le grandi "opere di Dio" che l’hanno convertita al Signore, e d’essere nuovamente convocata e riunita da Lui. Ciò vuol dire, in una parola, che essa ha sempre bisogno di essere evangelizzata" [15].

Il testo merita una riflessione almeno. Oltre ad affermare la necessità per la Chiesa "di ascoltare di continuo ciò che deve credere" ne dà le due ragioni fondamentali: la prima è di assicurare, per così dire, attraverso questo ascolto quella corrente di vita soprannaturale che è vita di fede, di speranza e di carità; la seconda è di vincere l’insidia permanente di abbandonare il culto del Dio vivente e ritornare agli idoli. Ritorneremo più avanti su questi concetti.

Ora dobbiamo fare un ulteriore passo nella nostra riflessione, di enorme importanza teoretica e pratica per il nostro tema.

Se quanto abbiamo detto finora è vero; se – come dice Paolo VI – la Chiesa ha sempre bisogno di essere evangelizzata, allora è necessario che l’annuncio del Vangelo continui sempre a risuonare nella Chiesa: che Dio continui sempre a parlare alla Chiesa; che quanto Egli ha rivelato pienamente in Cristo rimanga sempre integro e vivo nella Chiesa. La parola "integro" connota un "dato" al quale nulla può essere aggiunto e nulla può essere tolto, pena la disintegrazione e corruzione del tutto. La parola "vivo" connota che la permanenza integra avviene attraverso l’attualizzazione di conoscenza e di efficacia: di conoscenza perché la Parola di Dio viene sempre più approfondita nel suo significato; di efficacia perché la Parola di Dio chiede di essere osservata e vissuta dentro alle varie situazioni storiche.

Ma dentro a questo contesto si rende subito necessaria una precisazione. Quando di dice "Parola di Dio" non si deve intendere esclusivamente S. Scrittura: la Parola di Dio non è solo "parola di Dio scritta". E’ insostenibile l’identificazione completa fra Scrittura e Parola di Dio: identificazione che trasformerebbe la fede cristiana in una "religione del libro". Su questo punto la Cost. dogm. Dei Verbum è assai chiara, anche se è stata non raramente male interpretata. Essa insegna varie volte che la Parola di Dio è "scritta o trasmessa" [cfr. per es. 10,2]: è questo un insegnamento che non va mai dimenticato. Non è il caso che ci addentriamo pienamente in questa problematica. Mi limito ad alcune considerazioni più direttamente attinenti al nostro tema.

Per indicare questa stupenda "costellazione" [Parola di Dio – S. Scrittura - Tradizione], il Concilio usa due immagini che richiamano il "fundamentum-radix" e l’ "integro-vivo" di cui ho già parlato. Prima immagine: "Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto". Il testo latino è "scaturigo" che denota il permanente zampillare dalla Parola di Dio sia della S. Scrittura sia della Tradizione, così che il fedele può dissetarsi a quella sorgente attraverso la S. Scrittura e la Tradizione. Seconda immagine: "La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa" [10]. L’idea di "depositum" è di una realtà donata e conclusa, da conservare. Certamente, la S. Scrittura gode di una certa superiorità nei confronti della Tradizione: è ispirata direttamente da Dio e legata immediatamente, nel nuovo Testamento, al periodo fondatore della economia salvifica. Ma questa superiorità comporta una certa inferiorità nei confronti della Tradizione: "privata della Tradizione ecclesiale, la Scrittura sarebbe un corpo morto e l’unica funzione alla quale essa potrebbe aspirare sarebbe d’ordine documentario" [A. Franzini cit. da A. Vanhoye, La parola di Dio nella vita della Chiesa: la recezione della Dei Verbum, in Concilio Vaticano II , S. Paolo ed., Roma 2000, pag. 33].

Possiamo concludere questo primo punto della nostra riflessione. Esso, in sostanza, ha inteso affermare questa verità: la Chiesa vive continuamente dell’ascolto credente della Parola di Dio che è Cristo, parola che le viene detta attraverso la S. Scrittura e la Tradizione. A questa fonte deve sempre abbeverarsi; di questa radice deve sempre nutrirsi; su questo fondamento deve sempre edificarsi.

2. Il Vescovo nella Chiesa evangelizzata ed evangelizzatrice.

Prima di svolgere questa seconda parte della mia riflessione vorrei fare una premessa importante.

Se può avere un senso distinguere "Chiesa evangelizzata" e "Chiesa evangelizzante", non ne ha nessuno il separarle. Mi spiego. La Chiesa che ascolta e nella fede accoglie la Parola di Dio, non può non dire a tutti ciò che ha ascoltato. Pertanto quando si parla di "Chiesa evangelizzata" si parla già indissolubilmente di "Chiesa evangelizzante" e reciprocamente, poiché la Chiesa non deve parlare di sé ma di Cristo. E’ per questa ragione che non svolgerò separatamente queste due dimensioni dell’ascolto della Parola di Dio da parte della Chiesa.

Dentro alla "costellazione" Parola di Dio – S. Scrittura – Tradizione si inscrive la persona del Vescovo ed il suo ministero. Partiamo da alcuni testi del Vaticano II.

"Tra gli uffici principali del Vescovo la predicazione del Vangelo tiene il primo posto. I Vescovi infatti sono gli araldi della fede che portano nuovi discepoli a Cristo, e sono i dottori autentici, dotati cioè dell’autorità di Cristo, che al popolo loro affidato predicano la fede da credere e da applicare alla condotta della vita". [Lumen gentium 25,1].

Ma di particolare importanza per il nostro tema è una serie di testi della Cost. dogm. Dei Verbum:

"Questa tradizione d’origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia […] sia per la predicazione di coloro i quali con la successione apostolica hanno ricevuto un carisma sicuro di verità" [2, 8].

"[la sacra tradizione] trasmette integralmente la parola di Dio affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori affinché, illuminati dallo spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano" [2, 9].

"L’ufficio poi d’interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo Magistero della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo" [2, 10].

Da una lettura attenta di questi temi risulta chiaramente:

a/ l’ufficio magisteriale del Vescovo è totalmente in funzione della Parola di Dio, scritta o trasmessa; questo ufficio non ha nessun’altra ragione d’essere;

b/ l’ufficio magisteriale del Vescovo relativamente alla Parola di Dio si esplica in una triplice funzione: conservazione, esposizione, diffusione;

c/ l’esercizio dell’ufficio magisteriale del Vescovo è qualitativamente diverso da qualsiasi altro servizio che nella Chiesa si svolge alla Parola di Dio: esso è svolto con autorità, anzi con l’autorità stessa di Cristo. E’ un punto sul quale dobbiamo brevemente fermarci.

Possiamo confrontare il servizio reso alla Parola di Dio dal Profeta, dal Teologo, dal Vescovo. La profezia è credibile in base alla vita del Profeta ["lì riconoscerete dai loro frutti"]; la teologia si esibisce come intelligenza argomentata [scientifica] della Parola di Dio: una proposizione teologica vale quanto gli argomenti su cui si fonda; il magistero del Vescovo ai suoi fedeli è un insegnamento autoritativo, fondato cioè ultimamente sul fatto dell’autorità che gli proviene dal sacramento dell’Ordine che lo ha costituito successore degli Apostoli: una proposizione magisteriale vale in ragione di questa collocazione del Vescovo nell’economia salvifica.

d/ L’assenso che il fedele deve al magistero del proprio vescovo è descritto dal Vaticano II come: "religioso ossequio di spirito". Si tratta di un ossequio religioso: sostenuto e fondato dalle motivazioni soprannaturali di cui ho parlato sopra, dai rapporti di indole soprannaturale che intercorrono fra il Vescovo e i suoi fedeli.

Trattasi si una "adesione di spirito". Essa cioè non è meramente esteriore. E’ frutto di venerazione vera; non è semplice assenza di rifiuto esterno verso un Magistero semplicemente sopportato o ignorato. Questo Magistero deve essere assimilato poiché è attraverso di esso che il Vangelo permane vivo, operante nella comunità cristiana per la salvezza di tutti.

Vorrei approfondire questo punto con alcune riflessioni. La modalità con cui il Vangelo si conserva sempre integro e vivo nella Chiesa, la successione apostolica; l’attribuzione fatta ai successori degli Apostoli dell’autorità magisteriale, si inscrive mirabilmente in quel primato della grazia che è il nucleo della fede cristiana. La custodia della Parola di Dio nella sua vivente integrità non è ultimamente affidata alle doti naturali, all’intelligenza ed alla genialità umana dei teologi; non è neppure affidata alle buone opere, alla santità dei profeti: perché nessuno si glori davanti a Dio. E’ affidata ad un mandato assicurato dall’atto sacramentale.

La seconda riflessione è in un certo senso conseguenza di quella precedente. Senza questo "accordo" [l’analogia musicale è qui particolarmente espressiva] sul Magistero del Vescovo, non si è immunizzati dall’insidia di "far apparire ragionevole qualche cosa di proprio e non ciò che è comune" [cfr. S. Ignacio di Antiochia, Ai Magnesii VII; CN ed, , pag. ]. Il punto è di importanza fondamentale. Come sul piano pratico la "volontà propria" è il fomite da cui scaturisce ogni peccato e disaccordo col progetto di Dio sulla propria vita, così sul piano del pensiero la propria idea, la propria esperienza insidia sempre la nostra accoglienza della Parola di Dio sottomettendola alla propria visione, anziché sottomettere la propria visione alla Parola di Dio. La fede ha una costitutiva, essenziale dimensione di obbedienza [Abramo! Paolo!]. E’ per questo che il "religioso ossequio" prestato al Magistero del proprio Vescovo è la via, voluta da Cristo, accessibile a tutti per essere in piena sintonia coll’accoglienza che la Chiesa fa della Parola di Dio. Se non si percorre questa via, o prima o poi è se stessi che si annuncia. L’incontro dialogico fra l’"Io" divino e il "tu" umano, che costituisce il dialogo della Rivelazione, può accadere solo nel "noi" della Chiesa.

La terza riflessione. La responsabilità del vescovo è immensa. Egli deve essere più di ogni altro "uditore della Parola", discepolo del Vangelo; alieno quando esercita il Magistero della fede da ogni idea o opinione sua propria. Ai fedeli egli deve niente altro che il Vangelo di Cristo.

Conclusione

Vorrei concludere con una pagina di S. Kierkegaard: "La dialettica umana se vuol comprendere se stessa, quindi se vuole essere umile, non dimentica mai che i pensieri di Dio non sono i pensieri degli uomini, che tutto quel che riguarda genialità, cultura e riflessione né aggiunge né toglie nulla ma l’autorità divina è il punto decisivo e colui che a questo modo Dio chiama, sia un pescatore o un calzolaio (poiché ora non riesce che troppo facile capire che l’altro divenne Apostolo, ma quella volta sarebbe stato molto più facile capire ch’era pescatore!), egli è l’Apostolo.

La categoria è l’autorità divina, e qui è giustissimo che il marchio sia la possibilità dello scandalo. Un genio può certamente essere d’inciampo nella sfera estetica. Un genio può certamente essere d’inciampo nella sfera estetica per un momento come per 50 o 100 anni, ma mai di scandalo nella sfera etica, qui il motivo di scandalo è "che un uomo abbia autorità divina"" [Dell’autorità e della rivelazione, Libro su Adler, Gregoriana ed., Padova 1976, pag. 396].

Il testo va letto tenendo conto ovviamente dell’autore. Ma esso esprime un’intuizione centrale nel cristianesimo. Lo "scandalo" provato dai cittadini di Nazareth di fronte al "figlio di Giuseppe" si continua intatto nello "scandalo" di uomini "figli di Giuseppe" che sono stato dotati di autorità nell’annuncio del Vangelo: nell’Apostolo e il suo successore è presente la stessa autorità di Cristo. Non c’è nessun scandalo nel fatto che uno richiamandosi esclusivamente alla sua competenza scientifica, alla sua geniale intelligenza, ti faccia capire [o creda di farlo] la Parola di Dio. E’ nella logica della natura delle cose che chi ha una competenza la eserciti, la esibisca come titolo per essere ascoltato. Ma che ci sia un uomo che possa dirsi dotato dell’"autorità di Cristo" e si richiami a questa per chiedere un "religioso ossequio dello spirito" alle sue parole, questo è lo "scandalo cristiano": un tesoro mirabile in vasi si creta. Ma solo così si preserva la Chiesa dal divenire un’accademia di professori nella quale l’uguaglianza dei fedeli sarebbe insidiata, per rimanere una comunità di confessori; di confessori della fede, nella quale tutti hanno la stessa dignità: essere discepoli di Cristo. "Non chiamate nessuno maestro. Uno solo è il vostro maestro: Gesù Cristo".