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CREATI PER AMARE: una chiave di lettura
Belluno, Centro papa Luciani, 17 novembre 2007


Penso che sia più importante dirvi quale è la domanda fondamentale a cui ho cercato di rispondere in questo libro, piuttosto che farne un riassunto anche se ragionato. E dirvi la risposta che ho cercato di costruire a quella domanda, aggiungendo qualche considerazione pedagogica sulla rilevanza educativa che ha questo discorso. Considerazione che come pastore mi coinvolge profondamente.

Vi ho pertanto indicato come si organizzerà la mia riflessione. Attorno a tre punti. Nel primo cercherò di formulare la domanda; nel secondo di costruire la risposta; nel terzo la rilevanza educativa. Non voglio appesantire la mia riflessione con citazioni dal testo.

1. La domanda

Consentitemi di iniziare da una citazione piuttosto lunga di K. Woitila:

"Non esiste nulla che più dell’amore occupi sulla superficie della vita umana più spazio, e non esiste nulla che più dell’amore sia sconosciuto e misterioso. Divergenza tra quello che si trova sulla superficie e quello che è il mistero dell’amore: ecco la fonte del dramma. Questo è uno dei più grandi drammi dell’esistenza umana. La superficie dell’amore ha una sua corrente, corrente rapida, sfavillante, facile al mutamento. Caleidoscopio di onde e di situazioni così piene di fascino. Questa corrente diventa spesso tanto vorticosa da travolgere la gente, donne e uomini. Convinti che hanno toccato il settimo cielo dell’amore – non lo hanno sfiorato nemmeno. Sono felici un istante, quando credono di aver raggiunto i confini dell’esistenza, e di aver strappato tutti i veli, senza residui. Sì, infatti: sull’altra sponda non è rimasto niente, dopo il rapimento non rimane nulla, non c’è più nulla" [K. Woitila, Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2001, 821].

Il testo pone già tutti gli interrogativi che costituiscono la domanda fondamentale circa l’amore. È la "divergenza tra quello che si trova sulla superficie e quello che è il mistero dell’amore" a costituire "la fonte del dramma". Anzi a costituire "uno dei più grandi drammi dell’esistenza umana".

Che senso ha parlare di "mistero dell’amore", di parlare cioè di amore come mistero? Possiamo partire proprio da questa domanda.

Due sono i tipi di verità che possiamo conoscere. Ci sono conoscenze il cui contenuto non esercita nessuna provocazione alla nostra libertà; non le rivolgono nessuna sfida: sono estranee alla progettazione che ciascuno fa della propria vita. Per millenni l’uomo ha ritenuto che la terra fosse immobile ed il sole le girasse attorno. Ad un certo momento l’uomo venne a sapere che le cose stavano all’opposto. Forse che il passaggio dal sistema tolemaico al sistema copernicano ha portato maggiore luce a domande del tipo: ma piuttosto che compierla è meglio subirla l’ingiustizia? oppure: dopo la morte io vivrò ancora o finirò del tutto? Che sia la terra o il sole a star fermi, in ordine alle grandi domande sul senso della vita è del tutto indifferente.

Ma ci sono conoscenze dal cui contenuto dipende la libera progettazione della propria vita ed il suo senso. Kant riteneva che le domande di questo tipo fossero alle fine tre: che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa ho il diritto di sperare? Ed aggiungeva che alla fine è una sola, che Leopardi formula nel modo seguente: "ed io chi sono?": la domanda circa se stesso, circa la verità di se stesso.

Il modo cui l’uomo cerca di rispondere alle domande del primo tipo è profondamente diverso dal modo con cui cerca di rispondere alle domande del secondo tipo.

Il primo modo prescinde completamente da chi fa la domanda e cerca la risposta: ciascuno può sostituire ciascuno nel procedimento cognitivo. Il secondo non può prescindere da chi fa la domanda e cerca la risposta: la domanda è circa te stesso. È di te che ci si interroga.

Voglio spiegare questo punto assai importante con un esempio… un po’ rozzo. Se tu vuoi sapere se è la terra o il sole a star fermo, non importa che chi fa la domanda sia onesto o un ladro. Ma le cose cambiano se ci si chiede se il furto è lecito o illecito. Nessuno chiede … ad una volpe se mangiare le galline è lecito o meno (!)

Per brevità, da questo momento in poi chiamiamo il primo tipo di domande "problemi", il secondo tipo "misteri". I problemi, se ci pensate un momento, sono risolti – quando sono risolti – dalla scienza e dalla tecnica. I misteri non sono "risolti", ma vengono resi "consapevoli" da un modo di usare la ragione che non può non partire dall’esperienza che ognuno di noi fa di se stesso. Agostino pensava a questo modo di usare la ragione, quando diceva: "non uscire fuori; la verità abita in te".

Siamo arrivati ad un punto centrale della nostra riflessione [e del libro presentato], su cui vi chiedo di prestare molta attenzione.

La verità che chiamiamo "mistero" è raggiungibile attraverso l’esperienza che ciascuno ha di se stesso o apprende dagli altri circa se stesso. Dire che l’amore è un mistero significa precisamente che esso non è percepito nella sua essenza attraverso "quello che si trova alla superficie", attraverso la "sua corrente, corrente rapida, sfavillante, facile al mutamento". Esso è percepito con l’esperienza che ciascuno ha di se stesso [o apprende da altri] quando fa esperienza dell’amore. Scremandola rigorosamente dai pregiudizi, dai riduzionismi, dalle false interpretazioni, dall’intervento di fattori coesistenti ma estranei all’amore stesso. Solo così superiamo la "divergenza tra quello che si trova alla superficie e quello che è il mistero dell’amore".

Non abbiamo però ancora posto la domanda ultima sull’amore. Abbiamo solamente fatto una delimitazione di campo. Abbiamo solo detto che la domanda sull’amore è una domanda che coinvolge colui che la pone, perché l’amore non è un problema che ci poniamo ma un mistero che ci coinvolge. È venuto quindi il momento di costruire questa domanda.

La più radicale negazione dell’amore che sia stata fatta, fu quando venne scritto: "l’inferno sono gli altri". Cioè: la persona umana è condannata ad una pena cui non può sfuggire. Sono gli altri. Ognuno è condannato ad essere-con-gli altri.

Perché questa è la negazione più radicale dell’amore? Perché nega alla radice ciò che denota primo et per se l’amore: la relazione con l’altro. È negata ogni bontà a questa relazione.

Ma ci sono due modi di rapportarsi ad un altro: o perché trovo utilità in questo rapporto o perché l’altro ha in se stesso e per se stesso "qualcosa" da meritare di entrare in rapporto con lui. Da non lasciarmi indifferente. Il rapporto che un’impresa produttrice di prodotti per bambini ha col bambino è molto diverso dal rapporto che col bambino ha sua madre.

Se noi ci domandiamo: è possibile un rapporto con l’altro che non sia alla fine un rapporto di utilità? noi ci domandiamo: è possibile l’amore inteso come riconoscimento, affermazione dell’altro per se stesso ed in se stesso?

Se noi ci domandiamo: è possibile "uscire da se stessi" ed incontrare l’altro in se stesso e per se stesso? noi ci domandiamo: è possibile l’amore inteso come incontro-comunione con l’altro? Se noi ci domandiamo: è possibile donare non ciò che abbiamo, ma ciò che siamo, in una parola, se stessi? noi ci domandiamo: è possibile l’amore come auto-donazione gratuita? Amore come affermazione dell’altro in se stesso e per se stesso; come incontro e comunione con l’altro; come auto-donazione gratuita all’altro: è un sogno? È una utopia? È un orizzonte verso cui camminare ma non è mai raggiungibile? È un’impossibilità per l’uomo? Alla fine: il rapporto con l’altro è inevitabilmente una provvisoria contrattazione fra opposte individualità alla ricerca del proprio benessere? E alla fine: ma quale è la vera natura dell’uomo? Il mistero dell’amore ci conduce dentro al mistero dell’uomo.

2. La risposta

La sfida più grave che viene fatta quando cominciamo a costruire la risposta a quelle domande, è stata formulata da D. Hume quando scrisse: "In realtà noi non facciamo un solo passo di là di noi stessi".

Se le cose stanno così, se in realtà ciascuno è così imprigionato in se stesso da non avere alcuna via di uscita, l’amore non è difficilmente praticabile: è semplicemente impensabile. È cioè un’esperienza non difficile, ma impossibile da vivere. La risposta a quella serie di domande con cui abbiamo concluso la riflessione precedente non potrebbe che essere negativa.

Questa premessa ci aiuta a capire qualcosa di molto importante. La risposta alla domanda sull’amore è inscindibilmente connessa alla risposta che diamo alla domanda sulla verità, sulla nostra capacità di conoscere la verità. Non si è capaci di amare se non si è capaci di accedere alla realtà [dell’altro], se cioè non si è capaci di verità: amore e verità stanno in piedi o cadono insieme.

Queste riflessioni che meriterebbero ben più ampio sviluppo, ci hanno indicato ancora una volta che una riflessione sull’amore esige una riflessione sull’uomo. Proviamo dunque a percorrere un breve itinerario verso l’amore.

Quale è l’aspetto che noi vediamo immediatamente nell’esperienza di un atto d’amore? Che cosa avviene realmente in ciascuno di noi quando compiamo un atto d’amore? Viene affermata la persona dell’altro nella sua unicità irripetibile. Quando compiamo un atto di amore, noi, per così dire "estraiamo" una persona da una serie, e la guardiamo e l’affermiamo come unica.

Quando andate a comperare il giornale, voi vi accontentate di dire all’edicolante il titolo: volete una copia di quella testata, indifferentemente. È … la serie che vi interessa, non una copia piuttosto che un’altra. L’atto d’amore ha tutto un’altra logica. Un uomo che paga la prostituta, vuole una donna. E l’atto più contrario all’amore, perché non afferma e non riconosce che amare una persona significa guardarla come unica nell’universo dell’essere. Il buon pastore quando si accorge che manca una pecora, non pensa che alla fine una su cento non è poi una grave perdita. La va a cercare. La persona non è numerabile, perché ogni persona vale in sé e per sé.

Voglio aiutarvi a percepire questo con un altro esempio. Se uno vi chiede se diecimila è un numero grande o piccolo, voi non siete in grado di rispondere fino a quando non lo ponete in rapporto con altri numeri. In rapporto a dieci è grande; in rapporto a un miliardo è piccolo. Se voi chiedete che valore ha una sola persona, non potete dire che in rapporto a tre ha un valore, ma non in rapporto a diecimila. La persona non è numerabile perché vale in sé e per sé.

Chi ama, chi almeno una volta ha compiuto un atto di amore, sa che le cose stanno così. Lo sa lo/a sposo/a che ama la sposa/o; lo sa il genitore che ama ogni figlio; lo sa il pastore che ama ogni fedele; lo sa la vergine consacrata che cura la miseria dell’uomo che le chiede aiuto.

Proviamo ora ad analizzare un poco questo vissuto [un atto di amore] per vedere che cosa esso porta dentro di sé. Solo così noi possiamo renderci conto del "mistero dell’amore", esserne più profondamente conquistati.

Che cosa in realtà significa la proposizione "cogliere la persona nella sua irripetibile unicità"? ricordate l’esempio del giornale: purché sia della stessa testata, una copia vale l’altra. Ricordate la prostituzione: purché sia una donna, l’una vale l’altra. Riflettete bene. Se mi rapporto ad una realtà – cosa o persona – in vista di qualcosa d’altro; se istituisco cioè un rapporto strumentale, ciò che vale e mi attrae è lo scopo e quindi uno strumento può essere sostituito con l’altro, purché mi faccia raggiungere lo scopo. In breve: qualcosa/qualcuno è insostituibile quando è in se stesso e per se stesso e non in ordine a …, e quindi può essere voluto in questo modo. Senza accorgercene, abbiamo dato la definizione di persona. La persona è precisamente ciò che esiste in se stesso e per se stesso, ed esige di essere considerata e trattata come tale.

Quando noi compiamo un atto di amore, noi viviamo l’esperienza che esiste la persona; entriamo nell’universo delle persone; affermiamo non teoricamente ma in realtà che l’universo dell’essere è diviso in due grandi regioni: il mondo delle persone, il mondo delle non persone. Chi abita il primo non è interscambiabile: non ha prezzo, perché ha una dignità. Chi abita il secondo è scambiabile: ha un prezzo, perché è privo di dignità. Il vissuto dell’amore ci fa vivere la peculiarità propria della sostanza personale rispetto a ciò che è impersonale. Chi ama, afferma che la persona esiste in se stessa e per se stessa.

Ma il vissuto dell’amore non afferma solo l’altro come persona; non è solo percezione della verità dell’essere – persona dell’altro. Ma in esso – nel vissuto dell’amore – colui che compie l’atto di amore, afferma in grado eminente anche se stesso. Sembra essere una contraddizione, ma se prestiamo attenzione a ciò che accade in noi quando amiamo, vediamo che amando, noi realizziamo noi stessi nel modo più elevato.

Proviamo a chiederci: quale delle nostre facoltà è messa soprattutto in azione quando compiamo un atto di amore?

Certamente la nostra intelligenza. Tuttavia a guardare le cose un po’ in profondità, ci rendiamo conto che l’esercizio della nostra intelligenza è una, anzi la condizione dell’amore. Già gli antichi dicevano "ignoti nulla cupido". Tuttavia rasenta la banalità, ma è la verità, il dire che tu puoi conoscere una persona e odiarla profondamente. I demoni – dice S. Giacomo – conoscono l’esistenza di Dio, e tremano. L’intelligenza quindi è in gioco quando amiamo, ma più come condizione perché sia possibile amare. La ragione non ama.

Non c’è dubbio che nell’atto di amore entra in gioco la dimensione passionale della nostra persona. "Passione" ha qui il significato originario, correlativo e contrario ad "azione". La passione è l’essere mossi, l’essere attratti senza aver deciso di essere mossi, senza aver deciso di essere attratti. L’amore è anche normalmente passione. Tutti i grandi maestri parlano di "sensi spirituali", che sembra una contraddizione in termini, ma non lo è.

Agostino voleva parlare di questo quando scrisse profondamente che da Cristo "non solo siamo attratti con la volontà, ma anche con l’affetto".

Guardando però le cose più in profondità, vediamo che nel vissuto di un atto di amore si ha la più alta espressione della propria libertà. Tommaso insegna profondamente che la più alta espressione dell’amore, il suo atto peculiare è ciò che chiama la dilezione [dilectio]. Esso connota la decisione di affermare l’altro in se stesso e per se stesso. È la suprema forma di uscita da se stesso, che si compie solo mediante la propria libertà. È questo un punto essenziale per cogliere la verità dell’amore.

Ci sono forme di amore il cui atto consiste nel donare ciò che abbiamo: si pensi all’atto d’amore che è l’elemosina. E ci sono forme di amore il cui atto consiste nel donare se stessi: si pensi all’atto dell’amore coniugale, oppure al fatto che Gesù chiede ai pastori il dono della vita per il loro gregge. Ma non si può donare ciò che non si possiede. La più alta espressione dell’amore, l’atto di auto-donazione, implica un auto-possesso vero: un tenere a disposizione di se stessi, se stessi. Questa è la definizione di libertà. La persona prende in mano se stessa e ne fa dono all’altra. È la forma più alta di libertà. L’atto di amore è soprattutto un atto di libertà.

Ma c’è un'altra dimensione che possiamo considerare per cogliere questo rapporto fra amore e libertà. È la fedeltà. La fedeltà è profondamente connessa coll’amore: con ogni forma di amore, non solo quello coniugale. Fate bene attenzione: non è un dovere morale generale come quando diciamo "sii fedele ai comandamenti di Dio". È una fedeltà sui generis: è fedeltà ad un legame che abbiamo liberamente istituito mediante il dono di se stessi, e che potevamo anche non istituire. Nessuno ti obbliga a sposarti ed ancor meno con quella persona; o a consacrarti nella verginità.

Il dono di sé per sua natura stessa è senza termine. La libertà che istituisce un tale legame è giunta ad un tale grado di possesso della persona che questa semplicemente decide di se stessa interamente; cioè per sempre. Sto parlando soprattutto delle tre forme principali dell’amore: coniugale, verginale, pastorale. Il matrimonio, la professione religiosa, il sacerdozio presuppongono la capacità di dare alla propria vita, indipendentemente da ogni accadimento imprevedibile, una forma vivendi che decide una volta per sempre il modo di reagire a quanto accade ["nella buona e nella cattiva sorte"…], rendendosi così superiori alla casualità. La fedeltà è la rivelazione più chiara della libertà, perché è la modalità più alta con cui noi ci liberiamo dall’essere esposti alla casualità.

Raccogliamo per un momento le nostre idee. L’amore, l’atto dell’amore è la più alta realizzazione della propria persona perché in esso viene esercitata col grado più intenso la propria libertà.

Più precisamente. Nell’atto dell’amore si ha la convergenza dei tre fondamentali dinamismi della propria persona. L’intelligenza, la passione, la libertà.

L’intelligenza, perché non c’è amore senza accesso alla realtà dell’altro, ed è l’intelligenza che ci fa accedere alla realtà. La passione, perché "non possiamo darci l’amore, anche se lo vogliamo. Non sta in nostro potere porre liberamente una tale risposta del cuore, come una risposta della volontà, né comandarla come fosse un atto" [D. von Hildebrand]. La nostra libertà, poiché l’atto di amore è veramente della persona solo nel momento in cui il movimento del cuore è stato fatto proprio dalla libertà. L’atto d’amore è il punto in cui convergono tutti i dinamismi della persona: è la suprema e completa espressione e attuazione della persona.

Siamo dunque arrivati a due conclusioni. La prima: l’amore, l’atto di amore afferma-riconosce l’altro in se stesso e per se stesso, cioè come persona. La seconda: l’amore, l’atto d’amore afferma-realizza in grado eminente se stesso.

Proviamo ora a mettere insieme queste due conclusioni, ed entreremo nel "mistero dell’amore"; entreremo nel mistero dell’uomo e nella sua grandezza. La persona umana realizza se stessa nella relazione d’amore con l’altra persona: è se stessa nella relazione d’amore con l’altra. L’essenza dell’uomo ci è svelata dall’essenza dell’amore.

Le domande con cui concludevamo la riflessione del primo punto non sono allora domande rivolte solamente alla ragione. Sono provocazioni e sfide per la nostra libertà. Esse denotano due modi di vivere, e due modi di costruire la società umana. Esse infatti si appellano alla "divaricazione" suprema della libertà.

Ed a questo punto siamo già entrati nel terzo ed ultimo punto della nostra riflessione: la riflessione educativa.

3. Educare all’amore

È possibile educare all’amore? è possibile educare la persona alla "scelta dell’amore" come stile di vita? Oppure dobbiamo limitarci a trasmettere alcune istruzioni per l’uso della propria istintualità?

L’inizio della risposta a questa domanda era già stato posto dai greci quando Antigone afferma nell’omonima tragedia di Sofocle di essere fatta per l’amore e non per l’odio. Le fa eco un grande Padre della Chiesa, S. Basilio, che scrive: "abbiamo insita in noi, fin dal primo momento in cui siamo stati plasmati, la capacità di amare. E la prova di questo non viene dall’esterno, ciascuno può rendersene conto da sé e dentro di sé. Di ciò che è buono infatti, proviamo naturalmente desiderio" [Le regole, Ed. Qiqaion, Bose 1993, 79].

L’uomo non è originariamente neutrale di fronte all’amore, ma è naturalmente orientato ad amare piuttosto che ad odiare. Questa è la ragione più profonda per cui è possibile educare all’amore. Ma come? Ovviamene è impossibile rispondere a questa domanda in modo plausibilmente esaustivo in questo contesto. Mi limiterò dunque ad alcune osservazioni, premettendo ad esse una constatazione. La constatazione è la seguente.

Gli adolescenti, ed i giovani di oggi sono già nati dentro a quell’interruzione della "narrazione della vita" che aveva sempre costituito il tessuto connettivo primordiale fra le generazioni umane: sono nati e cresciuti dentro ad una spaventosa afasia narrativa intergenerazionale. È questa una constatazione che merita di essere attentamente esaminata.

"Una generazione narra all’altra le sue meraviglie, o Signore", dice il Salmo. La generazione dei padri "narra la vicenda umana" alla generazione dei figli: la introduce nella vita, nella realtà. Se questa narrazione cessa, i padri sono senza figli e i figli senza padre. L’afasia narrativa spegne la paternità e rende impossibile l’esperienza della filiazione. Il risultato è il totale sradicamento, uno spaesamento totale che genera un diffuso narcisismo: la progressiva perdita del senso della realtà [decisioni mai definitive; abbandono alle emozioni; dittatura dello spontaneismo].

La perdita del senso della realtà è esemplificata dall’universo virtuale creato dai videogiochi e da internet. La sfida lanciata dagli educatori oggi è questa esistenza virtuale in cui non raramente vivono le giovani generazioni

A me preme ora richiamare l’attenzione su alcune direzioni fondamentali che ogni proposta educativa all’amore deve seguire.

La prima. Nessuna educazione all’amore è possibile oggi, se non si libera la persona del giovane da quella dittatura del soggettivismo e dello spontaneismo che gli impedisce di entrare nella realtà, anche nella realtà dell’universo della fede. Ricordate il testo di D. Hume citato sopra.

Tenendo presente una delle grandi verità dell’antropologia biblica – l’uomo è ad immagine di Dio e quindi è inscritta nella natura della persona l’inclinazione al vero e al bene – la prima preoccupazione educativa deve essere quella di sviluppare la capacità di ascolto della voce di Dio quale risuona nella e dalla realtà stessa.

Il S. Padre, nell’incontro coi sacerdoti ad Auronzo di Cadore il 24 luglio u.s., ha indicato un itinerario pedagogico: "Io, vedendo la situazione nella quale ci troviamo, proporrei una combinazione tra una via laica e una via religiosa, la via della fede. Tutti vediamo oggi che l’uomo potrebbe distruggere il fondamento della sua esistenza, la sua terra, e quindi che non possiamo più semplicemente fare con questa nostra terra, con la realtà affidataci quanto vogliamo e quanto appare nel momento utile e promettente, ma dobbiamo rispettare le leggi interiori della creazione, di questa terra, imparare queste leggi e obbedire anche a queste leggi, se vogliamo sopravvivere. Quindi, questa obbedienza alla voce della terra, dell’essere, è più importante per la nostra felicità futura che le voci del momento, i desideri del momento. Insomma, questo è un primo criterio da imparare: che l’essere stesso, la nostra terra, parla con noi e noi dobbiamo ascoltare se vogliamo sopravvivere e decifrare questo messaggio della terra. E se dobbiamo essere obbedienti alla voce della terra, questo vale ancora di più per la voce della vita umana. Non solo dobbiamo curare la terra, ma dobbiamo rispettare l’altro, gli altri".

La necessità di risvegliare colui di cui abbiamo responsabilità educativa al primato dell’oggettivo è oggi di un’urgenza improrogabile.

La seconda. È uno sviluppo della precedente. Sono sempre più convinto che l’urto più forte colla realtà la persona lo vive quando si incontra-scontra colla sofferenza. La visita agli ammalati, a persone abbandonate, la vicinanza ai più poveri, seguita dall’educatore e riflettuta assieme è l’esperienza da un certo punto di vista più educativa.

Occorre fare attenzione che questa non sia pensata e vissuta come "volontariato" nel senso moralistico: ciò diseduca, non educa. È la porta attraverso cui si entra nel reale nel modo migliore.

La terza. Mentre le prime due direzioni vanno nel senso di far uscire l’adolescente dal suo narcisismo, questa terza direzione va nel senso del suo incontro con Cristo, come evento di amore che accade in questo mondo.

Poiché non esiste una risposta più insignificante che quella data ad una persona che non ha chiesto nulla, tutta la questione quindi di ogni itinerario educativo si riduce a questa semplice domanda: Cristo è la risposta vera alla domanda, dal bisogno di amore che urge nel cuore del giovane? Se così non fosse è inevitabile l’abbandono.

Il cammino dunque va fatto su … due gambe. Da una parte deve essere dato un insegnamento della dottrina della fede e della carità: non esiste il cristianesimo "fai da te". La completezza e la sistematicità della presentazione della dottrina è necessaria. Ma dall’altra parte è necessario stimolare continuamente il giovane all’ascolto del cuore, alle domande in esso inscritte.

Si potrebbe, per esempio, aiutarli attraverso percorsi artistici; attraverso la lettura di grandi autori; attraverso l’incontro con alcuni testimoni.

La quarta. È assai importante che il giovane acquisti la consapevolezza di appartenere ad un popolo, il popolo cristiano, ad una storia che lo precede e lo supporta.

La storia della Chiesa, visitata attraverso la visita ai luoghi più significativi, è altamente educativa.

La quinta. Il "punto" dell’itinerario che siamo delineando, è l’incontro con Cristo nella preghiera.

Il problema dell’educazione alla preghiera non è risolto solo colla preghiera fatta in comune. Bisogna indicare a ciascuno percorsi molto semplici di preghiera, aiutando ciascuno a pregare coi Salmi. Essi sono una grande liberazione dalla tirannia dello spontaneismo.

Conclusione

Mi piace concludere con un testo ancora di K. Woitila, tratto dalla sua opera Raggi di paternità.

"Ancora se guardo con ammirazione il Figlio non riesco a trasformarmi in Lui. Lo guardo davvero con ammirazione. In Lui quale immensa pienezza di umanità. È il vivente contrario d’ogni solitudine. Sapessi tuffarmi in Lui, sapessi innestarmi in Lui, potrei trarre da me l’amore di cui Egli ha la pienezza…: quanto si adopera per ogni uomo, come per il tesoro più grande, per un bene irripetibile, come un amante per l’amata" [K. Woitila, Tutte le opere letterarie, cit., pag. 961].

Alla fine la risposta intera alla questione dell’amore è questa: è Cristo la sua pienezza ed è in Lui che noi possiamo imparare l’amore. L’unica scienza assolutamente necessaria.