home
biogr.
english
español
français
Deutsch
한 국 어
1976/95
1996
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
2010
2011
2012
2013
2014
2015
2016
2017


IL GIUDIZIO DI DIO: atteso o temuto?
Inaugurazione del restauro del Bastianino
Cattedrale 14 dicembre 2000

"Cum ergo nihil aliud sit Dei providentia quam ratio ordinis rerum in finem … necesse est omnia, inquantum participant esse, intantum subdi divinae Provvidentiae"
[1,q.22,a.2]

"La Storia del mondo è il giudizio del mondo"
[G.W.F. Hegel, Berliner Schriften, ed. Jo. Hoffmeister, Berlin 1956, pag. 314]

Le due proposizioni poste in esergo esprimono le due interpretazioni radicalmente contrarie della storia umana: l’una, quella cristiana, afferma che il senso della Storia è semplicemente il Regno di Dio, la cui edificazione definisce la Provvidenza di Dio; l’altra, quella post-cristiana, afferma che questo senso viene costruito dentro e dalla Storia stessa. E’ dentro a questo dilemma teoretico e pratico che si pone quell’opera d’arte che oggi ricompare, restituita alla sua originaria bellezza, e che rappresenta il GIUDIZIO UNIVERSALE. E’ dal modo con cui ciascuno di noi questa sera si pone di fronte a questo catino absidale che può capire da quale parte stia quando si interroga sul senso degli avvenimenti distesi lungo lo scorrere del tempo.

A dire il vero, il secondo corno del dilemma di cui parlavo poc’anzi, ha oggi subito una corruzione tale da sembrare definitivamente sconfitto. L’uomo oggi non crede più che la Storia abbia una senso costruito progressivamente dentro alla e dalla Storia stessa. "Dipinte in queste rive/ son dell’umana gente/ Le magnifiche sorti e progressive" [Leopardi]. In queste rive: nei Gulag sovietici e nei Campi nazisti sono morte tutte le ideologie. Né si ha più il coraggio da parte di tanti di riporsi, come facciamo noi questa sera, di fronte al Giudizio, per cui la storia è ormai sentita e descritta come "una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla" [W. Shakespeare, Macbeth Atto V, scena V].

L’uomo sradicato da ogni senso, prova a giocare la vacua commedia di un nomadismo senza meta alcuna.

Noi questa sera abbiamo di fronte una rappresentazione stupenda della risposta cristiana alla domanda sul senso della Storia: al suo fine e alla sua fine. La risposta è stata formulata da S. Paolo nel modo seguente: "A me però, poco importa di venire giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!" [1Cor 4,3-4].

Perché l’affermazione del Giudizio divino è la risposta cristiana alla domanda sul senso della Storia?

1. [Azione di Dio e libertà dell’uomo]. La Storia è tessuta dal filo della grazia-libertà di Dio, della libertà dell’uomo e della libertà del Satana. Essa è un dramma recitato da questi tre attori.

E’ costruzione della grazia-libertà divina che realizza dentro di essa il suo Disegno. Il Disegno è di "ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra" [Ef 1,10]. E la grazia libertà divina "tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà" [ib. 11c].

Ma l’uomo, ogni uomo è in relazione con quest’opera divina in tutta la libertà e la capacità di azione che è propria della sua natura. Le due grandezze non sono l’una di fronte all’altra, cooperando estrinsecamente; non sono sullo stesso piano. Ma l’una, la grazia-libertà divina, fa sorgere l’altra, la libertà dell’uomo. Così all’uomo è chiesto di vivere nella fede, e ciò può avvenire solo per la forza della redenzione di Cristo.

Dentro a questo incrociarsi delle due libertà si inscrive la possibilità dell’uomo di rifiutarsi e quindi di costruirsi un’esistenza diversa dal progetto di Dio.

Vorrei fermarmi per un momento a riflettere su una dimensione di questa posizione che l’uomo può prendere di fronte alla grazia: sia di consenso, sia di dissenso. La dimensione, diciamo, oggettiva, esteriore. L’incontro fra le due libertà non si chiude infatti dentro all’interiorità soggettiva del singolo uomo. La persona umana è anche essere-sociale. Essa costruisce la società e plasma il mondo a propria immagine e somiglianza. Ha origine da ciò la civiltà o la cultura. Quale civiltà? quale cultura? Dipende dalla "qualità" dell’uomo che la produce. E la qualità dell’uomo dipende dalla qualità dell’esercizio della sua libertà. L’analisi agostiniana è rimasta al riguardo insuperata, ed è ad essa che brevemente intendo riferirmi.

Essa ha intuito il nesso profondo che esiste fra libertà ed amore. L’instabile fragilità della nostra esistenza è dovuta al fatto che l’esercizio della nostra libertà si pone sul crinale di due abissi: quello del bene e quello del male. Ma la libertà è sempre trainata dall’amore, il quale può spingere l’uomo a curvarsi su se stesso fino a fare di se stesso l’interesse supremo oppure a tendere fino al possesso di Dio ed in tale possesso ritrovare se stesso. Da questa fondamentale divaricazione nascono le due città, la Città di Dio e la Città dell’uomo, noi oggi preferiremmo dire le due culture o civiltà: quella che pone al centro il proprio utile e quella che pone al centro il Bene.

La storia umana è l’incrociarsi, il mescolarsi di queste due costruzioni. "Fra la vanitas e la veritas sta la decisione dell’uomo, che ne determina l’appartenenza alla civitas terrae o alla civitas Dei, facendone una creatura di frontiera, soccorsa certo dalla Grazia, ma responsabilizzata nel modo più alto di fronte alla serietà e al peso delle proprie scelte concrete, inesorabilmente cariche di futuro" [B. Forte, in Agostino e il destino dell’Occidente (a cura di L. Perissinotto), ed. Carocci, Roma 2000, pag. 144-145].

2. [Giudizio di Dio e storia]. Il trovarci questa sera di fronte alla raffigurazione del Giudizio ci spinge a fare una domanda: questa configurazione della storia umana come inestricabile incrocio di "vanitas" e "veritas" è destinata a durare per sempre? La fede del cristiano nel Giudizio Ultimo, definitivo ed universale è la risposta negativa a questa domanda. "Perciò il concetto del giudizio sta in netto contrasto con la moderna concezione del mondo. Questa concepisce il mondo come "natura", cioè come ciò che è semplicemente dato e fondato in sé, che non ha né inizio né termine, ma viene pensato con il concetto illusorio dell’infinito procedere o di un nascere e morire che senza fine si rinnova" [R. Guardini, Libertà grazia destino, ed. Morcelliana, Brescia 1957, pag. 214, n. 37].

Giudizio significa fine della Storia e discriminazione fra il bene ed il male: "Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile" [Mt 3,12].

Il Giudizio finale è la definitiva chiarificazione della Storia. Come annotava Pascal, "ogni cosa è vera quaggiù in parte, falsa in parte. Non così la verità essenziale: essa è tutta pura e tutta vera. Questa mescolanza la disonora e l’annienta" [Pensieri 228, ed. Rusconi, Milano 1993, pag. 139]. E’ nel Giudizio finale che la verità acquista la sua forza piena, dimostrando che il male è stato una grande menzogna. Dentro alla Storia, la Verità e il Bene sono spesso disgiunte dalla forza e così appaiono impotenti, al punto che "non potendo dare forza alla giustizia si è giustificata la forza, affinché la giustizia e la forza fossero insieme" [Pascal, ibid. pag. 145]. Il Giudizio consiste in questo: Dio, il Vero ed il Santo, assume definitivamente il suo Regno, nel quale regna la Giustizia e splende la Verità. In che modo? mediante la parola che Cristo pronuncerà alla fine della Storia.

Questa parola può essere attesa o temuta: attesa perché finalmente libera la Verità dalla sua impotenza dentro la Storia; temuta perché solo in quella luce saranno svelati i pensieri ultimi del cuore.

Da oggi chi entrerà in questa Basilica Cattedrale sarà in un qualche modo costretto a porsi queste domande supreme sulla Storia umana. Per i credenti, la celebrazione dei divini misteri sotto il Giudizio di Cristo diventerà più consapevolmente attesa della sua venuta.