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L’UOMO: prigioniero dell’utile?
Giornata del Banco Alimentare
11 novembre 2000

Risulta da varie fonti storicamente attendibili che la primitiva comunità cristiana suscitò profondo stupore nella società pagana soprattutto a causa dell’esercizio della carità. Essa cioè realizzava un modo di convivere tale da suscitare grande meraviglia. E del resto Gesù stesso aveva voluto come segno distintivo della comunità dei suoi discepoli il loro amore reciproco.

L’odierna circostanza mi offre l’occasione di riflettere precisamente sull’avvenimento cristiano come avvenimento di comunione interpersonale che accade fra gli uomini. Dunque non voglio farvi una esortazione alla carità, che per altro è sempre utile. Vorrei guidarvi ad una riflessione che partendo dalla situazione contemporanea, mostri come la proposta cristiana in quanto proposta di "comunione interpersonale" sia l’unica risposta adeguata alla condizione umana contemporanea.

Dividerò pertanto la mia riflessione nei seguenti punti. Nel primo cercherò di chiarire il concetto di "comunione interpersonale" da un punto di vista puramente antropologico; nel secondo punto cercherò di descrivere la caduta del soggetto umano dentro alla prigione di una soggettività utilitaria; nel terzo ed ultimo punto vedremo la proposta cristiana come dono-impegno della comunione interpersonale.

  1. Il vincolo personale interumano [= communio personarum]
  2. La domanda alla quale cercherò di rispondere è la seguente: quale è il vincolo propriamente umano che unisce fra loro le persone umane? Quale è il "vinculum unitatis"? ovviamente, se ci poniamo questa domanda e se ha senso porcela è perché noi costatiamo il fatto che le persone umane vivono associate! Non solo, ma la società con altri sembra (quanto meno) una necessità imprescindibile per ogni persona umana.

    Per chiarezza enuncio subito la risposta alla domanda suddetta: il vincolo propriamente umano che unisce fra loro le persone umane consiste nell’affermazione da parte di ciascuno di qualunque altra persona per se stessa. Chiamo quest’affermazione della persona per se stessa amore. Dunque: il "vinculum unitatis" è solo l’amore; le società umane vivono o muoiono come tali a seconda che sono o non sono costituite dall’amore.

    Prima di passare a dimostrarvi questa risposta, devo ancora premettere la spiegazione accurata di alcuni termini. Ho parlato di vincolo propriamente umano. Gli uomini possono unirsi, vincolarsi fra loro in vario modo: nella modalità propria del vincolo che crea l’associazione mafiosa o del vincolo che origina una comunità carmelitana. C’è una bella differenza! Ci stiamo dunque interrogando per sapere quale vincolo che associ gli uomini sia nella verità umano, cioè coerente coll’essere e la natura della persona umana. Occorre poi fare bene attenzione che noi abbiamo dato alla parola amore un significato molto preciso: affermazione della persona per se stesso. Spiegheremo poi il significato preciso di questa definizione di amore.

    Gesù ha detto di "amare il prossimo come se stessi". Esiste quindi un "amore di sé" che è modello-misura dell’amore dell’altro. Fermiamoci a riflettere attentamente: il problema è di capire chi è quel "se stesso". Il problema è di capire, di sapere la verità del "se stesso": la verità sull’uomo passa inevitabilmente attraverso la conoscenza della verità di se stessi. Non è certo questo il momento di fare uno sviluppo pieno della riflessione antropologica: mi limito all’essenziale.

    Attraverso l’esperienza che ciascuno di noi fa del dovere morale, noi scopriamo che la nostra libertà è provocata [= puoi, devi, ma non sei necessitato] a compiere delle scelte che non hanno nessun’altra ragione se non l’esigenza di affermare in esse e con esse il proprio essere persona: il proprio "se stesso". La decisione di Antigone di seppellire il fratello non trovava altra ragione che questa: "sono nata per amare, non per odiare". Cioè: ciò mi è richiesto in ragione della mia stessa natura umana, in ragione di ciò che sono. E’ qui affermata puramente e semplicemente la mia umanità. Notate bene. Ad Antigone le leggi dello Stato imponevano di non seppellire quel morto: chiedevano di rinnegare la sua convinzione. Il rinnegamento non avrebbe costituito solo una negazione dell’oggetto della sua convinzione [ci sono dei morti che non devono essere sepolti], e neppure soltanto una negazione della sua convinzione soggettiva [sono convinta che …]. Sarebbe stato la negazione del soggetto stesso di tale convinzione: "se non seppellissi, non solo andrei contro ad una mia convinzione; non solo negherei una verità oggettiva: negherei me stessa".

    Nel momento in cui io conosco in questo modo il mio "io" come degno di essere confermato-affermato in se stesso e per se stesso mediante le scelte della mia libertà, conosco anche che ogni altro "io" deve essere confermato-affermato in se stesso e per se stesso. Non può non avvenire che così. Se infatti pensassi che possa esistere un "io", una persona, non degna, anche in un solo caso, di essere trattata in questo modo, per ciò stesso dimostrerai di non aver conosciuto neppure "me stesso". La conoscenza del "se stesso" e la conoscenza dell’"altro se stesso" stanno in piedi assieme o cadono assieme. Solo l’affermazione di ogni "altro io" per se stesso rende possibile l’affermazione di me stesso. "L’uomo si costruisce come uomo quando conoscendo se stesso (bisogna qui ricordarsi di Socrate per andare al di là di Socrate) conosce in se stesso anche qualunque altro come degno di essere affermato per se stesso: degno di amore" [T. Styczen, L’antropologia della Familiaris consortio, in Anthropotes 1993/1, pag. 19]. Solo in questo modo giungo a conoscere "la norma universalmente valida dell’affermazione di ciascun "io" per se stesso, la norma dell’amore verso chiunque altro come "me stesso", la norma che è come la sentinella posta a difesa del suo "io" in quanto "io"" [ibid. pag. 14].

    E’ questo il vincolo societario propriamente umano: ciò che costituisce il sociale umano come vera e propria "communio personarum". Esiste un testo di K. Woitila particolarmente adeguato ad esprimere questa verità: "Per comunità noi intendiamo ciò che unisce. Nella relazione "io-tu" prende forma l’autentica comunità interpersonale (in qualsiasi forma o variante), se l’"io" e il "tu" persistono nella reciproca affermazione del valore trascendente della persona (lo si può definire anche come la sua dignità) confermando questo con i propri atti. Sembra che solo un rapporto di questo tipo mariti il nome di communio personarum" (cit. da K. Woitila, Persona e atto, Rusconi Libri, Milano 1999, pag. 725).

    Fermiamoci a considerare brevemente la natura di questo vincolo. Esso è universalmente valido: nessun "io" può restarne escluso. E’ il grande insegnamento della parabola del samaritano, risposta alla domanda: chi è il mio prossimo? Anche l’esclusione di uno solo, fosse anche un solo concepito e non ancora nato, metterebbe in discussione tutto il sociale umano. Esso è il vincolo più forte, poiché è costituito dal vincolo che unisce la nostra libertà alla verità di se stessi: è la necessità insita nell’ordine etico. Esso è il vincolo più debole, poiché comunque la libertà può sempre, in ogni momento, svincolarsi dalla verità e l’uomo negare colle sue scelte ciò che ha conosciuto di se stesso. Preferisce guadagnare il mondo intero, e perdere se stesso. Tutto questo è stato espresso mirabilmente in un testo poetico di K. Woitila: "Ora io devo trovare me stesso in te, se devo trovare te in me stesso. Non comprendi che in questo caso tu non sei del tutto libera? L’amore, infatti, non lascia libertà di volere né a chi ama né a chi è amato – e, nello stesso tempo, l’amore è una liberazione della libertà, perché la libertà solo per sé sarebbe orribile" [cit. ibid. pag. 727].

  3. La prigione utilitarista.
  4. La tesi di fondo che vorrei esporvi in questo secondo punto della mia relazione è la seguente: con l’avvento del "soggetto utilitario" è stata operata una negazione totale del vincolo sociale.

    Con l’espressione "avvento del soggetto utilitario" intendo il progressivo imporsi nell’ethos occidentale di una visione dell’uomo secondo la quale, la persona è "individuo che vuole solo soddisfare propri desideri, che ragiona per soddisfarli, che cerca il proprio vantaggio e concepisce la collaborazione con gli altri individui in funzione del proprio vantaggio" [G. Abbà, Quale impostazione per la filosofia morale, ed. LAS, Roma 1996, pag. 251].

    Perché se si impone questa visione dell’uomo, si nega puramente e semplicemente il vincolo sociale? Perché cioè in una cultura dominata da questo visione dell’uomo, questi si imprigiona dentro ad una progressiva negazione di se stesso senza alcuna possibilità di uscirne?

    E’ interessante notare che questa concezione dell’uomo era già stata affermata nella filosofia ateniese del V sec. A.C. ed era stata sconfitta, almeno a livello teoretico, da Platone ed ancora più da Aristotele. In che modo? "Platone ed Aristotele poterono filosoficamente prevalere mettendo a punto un procedimento argomentativo che consentisse di riconoscere quale è il vero bene, in opposizione al bene semplicemente apparente. Per nessuno dei due l’intelletto (nous) era semplicemente strumentale a desideri e passioni: ma poteva essere egemonico grazie alla sua capacità di conoscenza vera, capacità di scoprire e di riconoscere ciò che sono veramente la giustizia, le virtù, l’eudaimonia" (G. Abbà, cit. pag. 251). Se questa capacità è negata, la ragione non può avere alcun altro ruolo nella vita umana se non quella di destreggiarsi accuratamente nel calcolare i propri interessi, nel riuscire a raggiungere il proprio vantaggio senza eccessivi svantaggi. Può avere un ruolo diverso da questo? No, poiché la ragione non può conoscere una verità sul bene della persona che non sia il proprio utile. Persa questa capacità, la ragione perde la sua egemonia e diviene, da padrona, serva dei propri desideri ed interessi. Ridotta la nostra ragione ad un ruolo puramente strumentale, ritenendo che è incapace di conoscere e riconoscere un bene che non sia il compimento del propri interessi, era dato via libera alla nascita del soggetto utilitario. L’utilitarismo poteva essere elevato a sistema di spiegazione e legittimazione dell’agire umano individuale, sociale e politico.

    Nasce il soggetto utilitario quando e perché viene negata alla ragione ogni "funzione" regolativa della condotta umana in vista di un bene (telos-fine) intrinseco alla medesima condotta. Quando e perché viene alla stessa ragione attribuito esclusivamente la "funzione" strumentale di assicurare, mediante la condotta umana, soddisfacimento a desideri, passioni, interessi.

    Si ha una delle tragedie peggiori che possa capitare ad una persona umana: vivere al di fuori di se stesso al punto tale da non apparire mai sulla scena della propria interiorità come attore del proprio dramma. La persona si trasforma in "personaggio in cerca d’autore". Vivere in modo tale da non essere mai soggetto della propria vita; non raggiungendo mai la dignità di soggetto libero.

    Perché con questa visione dell’uomo diventa impossibile la costruzione di ogni vincolo sociale? Se l’unico movente ad agire è l’impulso che viene dalle proprie preferenze, interessi e gusti, non esiste una ragione per dare una preferenza ai miei piuttosto che a quelli dell’altro e viceversa. Poiché non esiste un "se stesso" che non sia pura tensione-passione verso il proprio interesse, che senso può avere "ama ogni altro come te stesso"? per quale ragione dovrei rinunciare ai miei interessi a favore dell’altro? L’unica possibilità che si intravede è quella di costruire una regolamentazione degli opposti egoismi al fine di consentirne una più o meno pacifica coesistenza. L’unica società possibile è la coesistenza istituzionalizzata di egoismi opposti. Ma la stessa istituzionalizzazione, regolamentazione non riesce a giustificarsi. Una regolamentazione infatti che non sia basata su criteri normativi previ alla regolamentazione stessa, non vincola: non esiste una legge che non obblighi ad osservare le leggi. Ora l’unico criterio normativo è la scoperta della verità del "se stesso" come degno di essere affermato in se stesso e per se stesso, e quindi della verità di "ogni se stesso" degno di essere affermato in se stesso e per se stesso, cioè amato.

    La vera tragedia dell’uomo di oggi non è semplicemente quella di essersi rifiutato di amare, di unirsi in un vincolo che lega l’uno all’altro come persona: questa è la tragedia di ogni uomo. Ma è stata quella di aver pensato di poter costruire un sociale umano sulla base di quel rifiuto e di aver tentato di costruirlo. E’ di aver sostituito l’unico, insostituibile punto di appoggio che fonda, in linea di principio, ed allaccia, in ultima istanza, ogni vincolo sociale, cioè il "vinculum amoris", con la regola: al posto dell’amore ha messo la legge. E ci siamo trovati un’esistenza piena di regole e vuota d’amore perché vuota di verità.

  5. Il dono e l’impegno della carità

La condizione umana appena descritta è stata uno spiacevole incidente nel corso della nostra storia oppure è una forma assunta da una malattia strutturale dell’uomo, un’espressione storica di un disordine profondo della persona umana?

Non posso, perché ora non abbiamo il tempo, elaborare una risposta adeguata a questa domanda fondamentale. La configurazione utilitarista che ha assunto il nostro vivere associato è l’espressione storica di quella opposizione alla carità che lo Spirito Santo vuole effondere nei mostri cuori. L’opposizione che S. Paolo stabilisce fra la "vita secondo lo Spirito" e la "vita secondo la carne" non ha solo una dimensione interiore, soggettiva; essa ha anche una dimensione esteriore, oggettiva. Quell’opposizione si concretizza in una cultura che dà l’assetto ad una società, si esprime in una ideologia che guida le scelte delle singole persone. E’ in sostanza la costitutiva incapacità dell’uomo a donarsi nell’amore.

Ne deriva che per uscire da una condizione che l’uomo sente non corrispondente ai desideri più profondi, non sono necessari in primo luogo cambiamenti nelle regole, oppure la ricerca su un minimo comune denominatore etico. Ciò che è necessario è sul piano oggettivo porre dentro a questa società vere e proprie esperienze di "comunione inter-personale" e sul piano soggettivo incontrarsi colla grazia di Cristo che libera la tua libertà dalla schiavitù dell’egoismo. E’ nel contesto del progetto di salvezza dell’uomo che è la Chiesa, che deve essere visto, compreso ed attuato il vostro gesto di carità.

Non si deve infatti pensare che l’amore dell’altro come di se stesso sia in primo luogo una regola, un comandamento. E’ un dono: "vi dono un comandamento nuovo" ha detto Gesù. Esso infatti è la rigenerazione della persona sul piano dell’essere [= grazia santificante], e quindi è la capacitazione della nostra volontà [= virtù teologale della carità], alla quale deve corrispondere [= comandamento] la nostra libertà.

Certamente la comunione delle persone, unico vincolo che unisce umanamente le persone, accade dentro ad un mondo nel quale le persone umane possono essere dominate dalla ricerca del proprio utile come dall’unico scopo delle loro vita. E le conseguenze le abbiamo già analizzate nel punto precedente. E continua pertanto ad essere necessaria un’organizzazione, anche giuridica, della vita associata che altro non è se non "organizzazione di opposti egoismi" . Ma ciò che non può essere accettato è che a questo ordinamento si attribuisca una funzione che vada oltre a questo, alla pace sociale, non ammettendo che ci siano società nelle quali le persone umane si realizzano nell’amore reciproco.

Conclusione

E’ noto il celebre episodio del dialogo fra Alessandro Magno e il pirata, riferito da Agostino [cfr. De Civitate Dei 4,4; NBA V/1, pag. 25]. Quale è la vera diversità di una comunità umana da una solo apparentemente tale? La presenza in essa della carità come vincolo delle persone. E’ per questo che, alla fine, la salvezza del mondo anche durante il tempo dipende ultimamente dalla celebrazione dell’Eucarestia.