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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


Presentazione ufficiale degli Atti del primo Colloquio internazionale del pensiero cristiano su «Karol Wojtyla filosofo, teologo, poeta»
Gennaio 1985


Sono molte le ragioni che spingono lo studioso dei problemi etici a frequentare con assiduità l’opera poetica, filosofica e teologica di K. Wojtyla. Possono essere ragioni di ordine metodologico: la sua opera mostra una precisa metodologia nella costruzione e nella soluzione delle domande etiche. E possono essere ragioni di contenuto: la risposta che essa dà a problemi di etica generale e di etica speciali, attinenti questi ultimi quasi esclusivamente all’etica coniugale.

Non mi è chiesto, in questa sede, di riassumere né l’uno né l’altro apporto, quello metodologico e quello contenutistico: la raccolta degli Atti che oggi presentiamo lo fa già in maniera notevole. Altra è la prospettiva da cui muove questa mia breve riflessione. È la seguente: la riflessione etica di Karol Wojtyla offre la via d’uscita corretta — e dal punto di vista filosofico e dal punto di vista teologico — ad alcune gravi difficoltà teoretiche nelle quali si dibatteva l’etica cristiana, nel momento in cui Karol Wojtyla dà inizio al suo impegno speculativo.

Dividerò, dunque, la mia presentazione in due brevi parti. Nella prima indicherò alcune di queste gravi difficoltà, nella seconda la via d’uscita indicata e percorsa da Karol Wojtyla.

 

1. Nello svolgere il mio primo assunto, sarò costretto a procedere assai schematicamente. Prendendo come punto di riferimento, per conoscere la riflessione etica nella Chiesa, quella che si era venuta assestando nella manualistica, mi sembra di poter dire che le difficoltà teoretiche di essa erano le seguenti.

Ad un livello più superficiale, questa riflessione etica non era mai giunta ad una soluzione teoreticamente soddisfacente del problema del rapporto fra coscienza e legge morale. Spogliato di tutte le esagerazioni polemiche, il giudizio di Pascal — che tutti conosciamo — aveva colto, con sorprendente lucidità, l’impasse a cui questa riflessione etica avrebbe condotto. Mossa, come ogni discorso che voglia essere filosoficamente corretto e teologicamente fedele alla fede, da due preoccupazioni fondamentali, l’incondizionatezza oggettiva della norma morale e l’imprescindibilità del giudizio coscienziale, l’etica cristiana non era mai riuscita a pensare in una maniera teoreticamente soddisfacente il rapporto fra le due affermazioni. Il “modello di pensiero” secondo il quale il credente era invitato a pensarle insieme, il modello del sillogismo pratico, se, da una parte, si raccomandava e per la sua sicurezza nei confronti dei due dati predetti e per la sua funzionalità pratica, dall’altra questo veniva pagato con un costo molto alto: l’affermazione della normatività, sia pure prossima, del giudizio coscienziale.

Ma, finalmente, in che cosa consisteva e da che cosa derivava la difficoltà teoretica di cui abbiamo tante volte parlato? Essa, alla fine, consisteva in una mai superata contrapposizione fra ciò che la legge morale esige e la persona nella sua concreta e singolare realtà, fra la verità sul bene conosciuta attraverso la norma morale e la verità sull’atto della persona, conosciuta attraverso il giudizio coscienziale. Da che cosa derivava questa difficoltà? C’era indubbiamente il permanere, anche nella filosofia e teologia morale, della svolta occkamistica, caratterizzata, come è a tutti noto, da una definizione di bene-male, nella quale la volontà (divina) ne costituiva il costitutivo, col risultato di attribuire, alla fine, secondaria importanza al problema della verità nell’etica. Ma questa eredità speculativa non spiega tutto: c’è qualcosa di più profondo, che ora tenterò di cogliere.

Ad un livello più profondo, la difficoltà di vedere l’armonia fra la verità sul bene della persona con la verità sul bene dell’atto della persona, nasce dalla considerazione della norma morale come “ideale dell’uomo” e non come “verità dell’uomo“. Considerazione che, a sua volta, implica una pressoché totale assenza di attenzione all’esperienza etica che ogni uomo vive. Ma, soprattutto e fondamentalmente, la carenza di sguardo metafisico sull’essere persona, trascendentalmente convertibile col bene morale come tale, passando precisamente attraverso la verità dell’essere persona. E questo sguardo, lo ripeto, può essere aperto solo dall’esperienza etica.

Si potrebbe, a questo punto, disegnare come una specie di sinossi a due colonne nella prima delle quali scrivere tutti i teoremi etici della riflessione che stiamo esaminando e nella seconda, quelli che sono implicati in questo modo di vedere la persona. Sa rebbe un po’ lungo il farlo, né apporterebbe qualcosa di nuovo a ciò che abbiamo già detto. Così come sarebbe possibile partire da altre difficoltà presenti in questa riflessione etica, quali — per esemplificare un poco — il tema della “beatitudo” come fondamento dell’etica, o il tema del rapporto fra la “voluntas ut natura” e la “voluntas ut ratio” con il connesso problema della struttura metafisica dell’atto libero.

 

2. Voglio però passare immediatamente al secondo punto della mia breve presentazione di questi Atti: l’apporto dato dalla riflessione etica di Karol Wojtyla all’uscita da questa “impasse” speculativa. Uscita che, giorno dopo giorno, sia detto per inciso, diviene sempre più necessaria, visti ormai gli esiti finali di larga parte della riflessione etica cattolica contemporanea: la distruzione interna dell’etica come tale, quale si può osservare nelle varie forme teleologiche e consequenzialiste.

Una prima constatazione. Tutti gli studiosi del pensiero di Karol Wojtyla, così come viene anche sottolineato nella presente raccolta, fanno notare la centralità del concetto di “esperienza” in esso. Per quanto concerne la prospettiva da cui muovono le presenti riflessioni, è fuori dubbio che l’esperienza etica come fonte di conoscenza etica è un momento chiave. Ma, notiamolo subito, l’esperienza etica diviene la via attraverso la quale penetrare nel mistero stesso della persona umana. Né poteva essere diversamente, dal momento in cui si vuole entrare nel mistero della persona umana attraverso il suo atto.

La fenomenologia dell’atto della persona e dell’esperienza etica viene a compiersi, a spiegarsi cioè ed a fondersi in una metafisica della persona che agisce e vive l’esperienza etica: né poteva essere diversamente. Non espongo questo cammino: gli Atti ne danno ottime esemplificazioni e saggi. Il tempo a mia disposizione mi costringe ad andare subito ai punti che interessano direttamente la prospettiva scelta.

Da questa metafisica deriva in primo luogo — tema questo su cui già Agostino aveva a lungo meditato — il rapporto fra verità e trascendenza della persona, nel quale — credo giustamente — il Prof. Seifert trova il principale apporto della filosofia wojtyliana (cfr. pag. 93). Alla luce di questo rapporto, possiamo e dobbiamo affermare la trascendenza-immanenza della verità sul bene, nei confronti di ogni persona umana (si veda il primo apporto del Prof. Styczen negli Atti). La coscienza morale acquista il ruolo di “interiorizzare” sempre più questa verità che è “superior superiori meo et intimior intimo meo”. Il nodo teoretico diventa veramente inestricabile, quando si perde di vista questa dialettica, cadendo o in un oggettivismo naturalistico o in un soggettivismo immanentista.

A mio umile giudizio, qui sta uno degli apporti fondamentali del pensiero etico di Karol Wojtyla; nel porsi oltre la contrapposizione fra trascendenza ed immanenza della verità (sul bene), vedendone la reciproca correlazione. E questo superamento viene compiuto attraverso una fenomenologia e metafisica dell’atto della persona.

La libertà è subordinazione alla verità; una verità che è sopra l’uomo poiché lo crea e lo costituisce e che, precisamente per questo, le è immanente. E in questa ineliminabile subordinazione consiste il dovere morale. L’analisi che negli Atti fa, al riguardo, il Prof. Styczen è di particolare importanza. Una conseguenza di non scarsa importanza è che non è possibile costruire un’antropologia senza etica.

In conclusione: la riflessione etica di Karol Wojtyla ci riporta al di fuori della insostenibile aporeticità fra l’affermazione della trascendenza e della immanenza della verità sul bene della persona umana. In una parola: ci riapre gli occhi sull’uomo, così come egli è.

E “riporta” ha due significati. Uno storico-teoretico: farci uscire dal vacuo ragionare e di una scolastica formalistica e di una cultura laica che non sa più che cosa dire, non sapendo più di chi parla, ricongiungendosi con la grande tradizione metafisica classica. Uno esistenziale: condurci alla verità su noi stessi, perché il nostro non sia un vivere invano.