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IL CRISTIANESIMO: CHE COSA È?
Liceo Classico L. Ariosto di Ferrara
17 dicembre 2001

Ringrazio profondamente dell’invito fattomi di inserirmi nelle celebrazioni centoquarantennali della vostra scuola con questa mia conversazione. In essa cercherò semplicemente di spiegarvi che cosa è il cristianesimo: dalla risposta a questa domanda poi sarete in grado di capire, come persone intelligenti, la risposta o la soluzione cristiana ai problemi di oggi. Anche quello della pace.

Ho fatto questa scelta per due ragioni. La prima è che mostrare l’originalità, l’inconfondibilità, la singolarità inassimilabile del cristianesimo è la prima esigenza di rispetto di sé e degli altri. Non voglio dimostrare a nessuno che è vero ciò che dico io e falso ciò che dicono gli altri. Voglio solo dirvi di che cosa parliamo quando parliamo di cristianesimo, senza nessun camuffamento di sorta teso ad ottenere un vostro consenso. La seconda ragione è che dopo duemila anni di storia, il cristianesimo appare un fenomeno straordinariamente ricco e complesso. E’ necessario quindi che prima o poi ci chiediamo che cosa esso è nel suo nucleo centrale: in ciò da cui trae origine e spiegazione ogni suo sviluppo.

1. IL CRISTIANESIMO E’ UN FATTO ACCADUTO

E’ buona norma portarsi alle origini. Ebbene fin dall’inizio chi si diceva cristiano e chi proponeva il cristianesimo ad altri, senti il bisogno psicologico e pedagogico insieme di racchiudere tutta la proposta che essi vivevano e facevano in brevi formule, in riassunti sintetici.

Se noi analizziamo queste sintesi restiamo subito colpiti da una caratteristica. Esse non espongono una dottrina; non propongono una norma: narrano un fatto. Il fatto seguente: Gesù di Nazareth, morto crocefisso, è risorto. Fate bene attenzione, prima di tutto, per capire di che cosa si parla: ad una stessa persona si attribuiscono due fatti; dello stesso soggetto si narrano due episodi: è morto – è risorto. E’ lo stesso e identico individuo che posto in un sepolcro è risuscitato. L’identità del soggetto è di decisiva importanza.

Inoltre, "è da notare l’indole assolutamente oggettiva della formula. Non si dice affatto che il primo dato sia una esperienza della risurrezione di Cristo compiuta dai discepoli (cioè una visione o una apparizione): si dice che Cristo è risorto" [G. Biffi, Il "cuore" dell’avvenimento cristiano. Elledici ed., Torino 2001, pag. 11].

Mi fermo, prima di procedere, a fare due considerazioni assai importanti. La prima. D. Hume dice che i fatti sono testardi. I fatti cioè, a differenza di una dottrina, non sono "trattabili". Una dottrina la puoi accettare in parte e in parte rifiutare; la puoi nel corso dei tempi modificare poco o tanto: il neoplatonismo non è il Platone; l’idealismo di Gentile non è quello di Hegel. Una dottrina è trattabile; i fatti sono intrattabili: o si accettano o si rifiutano. Non c’è via di mezzo. Il rifiuto può essere motivano, se del fatto non sei spettatore, o perché giudichi il testimone falso o perché lo giudichi un folle, un allucinato. La seconda osservazione è che una dottrina può essere capita o non capita. Può essere che una proposta dottrinale sia così difficile da esigere una particolare preparazione culturale. Non è così per i fatti: basta non essere ciechi o sordi. Il cristianesimo è … per tutti, non solo per le persone istruite.

Riprendo ora il discorso interrotto da queste due osservazioni. Qualcuno potrebbe dire: "non vedo che cosa ci sia nel fatto che un morto risorga di così importante da spiegare tutto il "fenomeno" cristianesimo".

A dire il vero, quando questo fatto venne narrato per la prima volta, nessuno oppose ad esso l’obiezione della insignificanza. Ed infatti questa obbiezione risulta immediatamente inconsistente se facciamo attenzione in primo luogo al significato preciso di quel "è risorto". Non significa per niente: ritornò alla vita di cui godeva prima della morte. Veramente in questo caso, al di là di una meraviglia che l’uomo prova per qualche istante di fronte ad un avvenimento straordinario, l’uomo non avrebbe ascoltato qualcosa di importanza decisiva. Era solo rimandare la resa dei conti colla morte. Ciò che i primi testimoni del fatto intendono dire è che quel morto, Gesù di Nazareth, è entrato in possesso di una vita che senza cessare di essere una vita veramente ed anche fisicamente umana, è immortale ed incorruttibile. E’ una vita divina. A causa di ciò Gesù di Nazareth è divenuto un "caso unico". Uno che vive corporalmente la vita che è propria di Dio, dopo che è morto. In una parola: uno che è risorto.

Ma c’è ancora qualcosa d’altro di grande significato per l’uomo in quella narrazione. Esso è ancora una volta espresso in diverse formulazioni sintetiche di cui vi parlavo. Una di queste, tradotta letteralmente dal testo greco, suona così: "è stato consegnato (a morte) a causa dei nostri peccati ed è stato resuscitato per la nostra giustificazione" [Rom 4,25]. Cioè: perché noi fossimo giustificati, liberati dalle nostre trasgressioni. Che cosa significa? In quel fatto è accaduto qualcosa che riguarda anche noi, che coinvolge anche noi e molto profondamente. La nostra più profonda miseria, la miseria di non realizzarci nelle nostre scelte libere a misura della verità intera della nostra persona è stata vinta, è stata distrutta da e in quel fatto: la morte e la risurrezione di Gesù di Nazareth. Quel fatto è capace quindi di generare un’esistenza nuova, al punto tale che Paolo potrà scrivere: "se qualcuno è in Cristo, è una nuova creatura" [2Cor 5,17]. Una novità che è capace di rigenerare tutta l’umanità di ogni persona umana. Anche il sociale umano, il modo di con-vivere fra le persone. Ed infatti Cristo risorto viene chiamato anche semplicemente "nostra pace". In sintesi: il cristianesimo è il fatto della morte e risurrezione di Gesù di Nazareth, principio del rinnovamento di tutta la realtà umana e non.

Mi fermo ancora per alcune considerazioni che spero vi aiutino sempre meglio a capire la risposta alla nostra domanda sul nucleo essenziale del cristianesimo.

La prima. E’ commovente notare come chi si sia accostato al cristianesimo senza pregiudizi, senza fede anche, abbia capito che esso è un fatto. Così, per esempio , L. Wittgenstein scrive: "il cristianesimo, penso, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà nell’anima umana, bensì la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo". Ma all’interno della vicenda moderna è stato forse Kierkegaard a richiamare maggiormente l’uomo proprio a questo. Egli scrive nel suo Diario: "Il cristianesimo non è una dottrina ma una comunicazione di esistenza (…). Per questo ogni generazione deve cominciare da capo" [ed. Morcelliana, Brescia 1981, vol. 5, pag. 21].

La seconda. Il cristianesimo è assolutamente incomparabile con qualsiasi altra religione: in senso stretto, anzi, non è neppure una religione. Esso infatti non è in primo luogo l’assenso dato ad una dottrina o ad una morale insegnata da un maestro, da un profeta. Non pone al centro un insegnamento da accettare e da vivere. Pone una persona da incontrare o da rifiutare: Gesù di Nazareth risorto principio di vita nuova. Nessun fondatore di religione aveva presentato se stesso come più importante della dottrina che insegnava. E’ davvero qualcosa di unico!

La terza. E qui, se mi avete seguito, cominciano a sorgere innumerevoli domande: ma come posso oggi incontrarlo? Che cosa significa "principio di vita nuova"? in che modo Lui diventa "principio di vita nuova"? Ma soprattutto nasce una domanda: ma chi è costui? ma chi è questo Gesù di Nazareth che si pone come il crocevia obbligato del destino eterno di ogni persona umana? Queste domande ed altre ancora hanno generato il grande pensiero cristiano, alla cui edificazione hanno cooperato persone da annoverare spesso fra i più grandi geni speculativi dell’umanità.

2. IL CRISTIANESIMO E’ UNA PERSONA

Riprendiamo proprio il discorso da questa ultima domanda, perché alla fine è la risposta ad essa che è decisiva per capire che cosa è il cristianesimo.

Il fatto narrato è un fatto vissuto da Lui, da Gesù Nazareno. E quindi alla fine il cristianesimo è Gesù Cristo. Ma chi è Gesù Cristo? La risposta a questa domanda è stata data immediatamente, pur con tutta la fatica di penetrare dentro ad un mistero senza limiti.

Il fatto della sua risurrezione ha aperto gli occhi di quegli uomini e di quelle donne che avevano vissuto con Lui prima che morisse: le sue parole, i suoi comportamenti assumono una luce nuova. Se ne capisce sempre più l’intimo significato. Nascono da questa esperienza anche i quattro Vangeli scritti. E quindi non deve stupirci se accanto alle narrazioni riassuntive del fatto della morte e risurrezione troviamo nei più antichi scritti cristiani anche delle formule sintetiche, che chiameremo "cristologiche": riguardano l’identità di Cristo.

La prima formula cristologica è: Gesù è il Signore [Kýrios]. Nelle traduzioni greche della Bibbia ebraica, "il titolo vale come traduzione del tetragramma divino YHWH, oltre che del ricorrente titolo Adonay detto spesso di Dio. Sicché l’innovazione capitale del Nuovo Testamento… consiste proprio nell’applicare a Gesù di Nazareth una qualifica" che … comportava una qualifica divina [cfr. R. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo, vol. II; San Paolo ed., Milano 1999, pag. 60].

Vi ho detto che nel cristianesimo ciò che è decisivo è "un evento reale nella vita dell’uomo". Quest’evento è il riconoscimento della signoria di Gesù, dovuta alla sua risurrezione, unica via di salvezza offerta all’uomo [cfr. At 16,31; Rom 10,9; Fil 2,11]. Non abbiamo ora il tempo di spiegare che cosa significa riconoscere nella propria vita questa signoria del Risorto; tutta l’etica cristiana sarà lo sforzo di capire precisamente cosa significhi vivere sotto la signoria di Cristo.

L’altra fondamentale formula cristologica è: Gesù è il Cristo. Cristo è la traduzione greca dell’ebraico Mesiha. Egli cioè è colui che il popolo ebro attendeva; che ogni uomo attende come definitiva risposta ai loro veri problemi. Risposta al desiderio illimitato di ogni uomo di Verità, di Bontà, di Bellezza. E pertanto S. Paolo finirà col descrivere l’intera vita di chi ha incontrato il Risorto con una formula che in lui ritorna fino alla noia: essere-vivere in Cristo.

Alla fine la comunità apostolica farà la scoperta più grande che potesse accadere: Gesù di Nazareth, col quale avevano vissuto assieme tre anni; che avevano visto coi loro occhi ed ascoltato con le loro orecchie; che avevano toccato con le loro mani ed avevano visto distrutto dalla più terribile delle morti; che avevano visto in carne ed ossa risorto e vivo di una vita finalmente non più in preda alla morte: questo Gesù è Dio. E quindi: Dio si è fatto uomo, ed il Dio fatto uomo si chiama, è Gesù di Nazareth.

Ci eravamo chiesti: che cosa è il cristianesimo nel suo cuore? La risposta è la seguente: Gesù di Nazareth, Dio fatto uomo, morto e risorto, che si è posto dentro alla storia umana come fatto generatore di una "nuova creazione".

"Il Mistero ha scelto di entrare nella storia dell’uomo con una storia identica a quella di qualsiasi altro uomo: vi è entrato perciò in modo impercettibile, senza nessuno che lo potesse osservare e registrare. Ad una certo punto si è posto; e per chi lo ha incontrato quello è stato il grande istante della sua vita e della storia tutta" [L. Giussani].

Ora potete capire che Gesù il Cristo è non tanto il fondatore del cristianesimo, colui che ha insegnato la dottrina e la morale cristiana: è il contenuto stesso del cristianesimo. "Gesù perciò non può essere semplicemente collocato nella serie dei grandi personaggi storici iniziata con Abramo, ma appartiene a un altro ordine di esistenza, al di fuori del contesto temporale. Come Yhwh nella fede giudaica, egli è il Signore della storia, redentore di Israele e dell’umanità" [R. Penna, I ritratti originali… op. cit. pag. 440].

Conclusione

Vorrei leggervi un passo che, a mio giudizio, costituisce un vertice della ragione umana. E’ un passo del Fedone: "trattandosi di questi argomenti, non è possibile se non fare una di queste cose: o apprendere da altri quale sia la verità; oppure scoprirla da se medesimi; ovvero, se ciò è impossibile, accettare fra i ragionamenti umani quello migliore e meno facile da confutare, e su quello, come su una zattera, affrontare il rischio della traversata del mare della vita; a meno che si possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su più solida nave, ossia affidandosi ad una divina rivelazione" [Fedone, 85 C-D].

L’ipotesi di una rivelazione divina [théios logos] non solo non è irragionevole, ma in qualche modo è l’ultimo approdo di una ragione esercitata da chi non si accontenta di vivere "come pecore matte", ma "per seguir virtude e conoscenza". Non solo, ma la stessa ragione comprende che essa sarebbe nei suoi confronti come una nave nei confronti di una zattera.

Il fatto cristiano che è il fatto dell’incarnazione è una risposta trascendente ad un’esigenza umana che i grandi maestri dello spirito hanno sempre intuito, un’esigenza espressa mirabilmente per esempio da Leopardi nella poesia Alla sua donna.

La cosa più disumana sarebbe di non volervi prestare nessuna attenzione per una sorta di pigra disperazione, oppure di ritenerlo un fatto impossibile per una disperata irrazionalità, eliminando la categoria della possibilità che è invece propria di una ragione che non accetta limiti.

L’uomo che vuole usare la sua ragione senza nessun pregiudizio è l’uomo che si scopre mendicante di un senso che può alla fine venirgli solo da una divina rivelazione. Non è forse irragionevole rifiutare per principio di verificare se questa ipotesi non si sia verificata? Chi è più ragionevole colui che pregiudizialmente esclude già la possibilità o chi non esclude nulla, ma verifica tutto? E’ l’imprevisto che mantiene sveglio lo spirito e grande la libertà, perché libera la persona dall’annoiata sazietà del "già visto".