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METODI NATURALI E STIMA DEL MATRIMONIO
Convegno regionale dell’A.M.B.E.R.
Ferrara, 14 aprile 2002

Il titolo della presente riflessione connette i metodi naturali con il recupero della stima del matrimonio, e compito di essa sarà precisamente di dimostrare questa connessione. Ma il nostro discorso si inscrive profondamente dentro ad una grave preoccupazione, quella per la progressiva diminuzione di stima che mi sembra stia accadendo nella coscienza occidentale nei confronti del matrimonio.

Dividerò dunque la mia riflessione nelle seguenti due parti. Nella prima parte spiegherò in che senso preciso parlo di metodi naturali; nella seconda parte cercherò di dimostrare il loro apporto al recupero della stima del matrimonio.

1. Metodi naturali: in che senso?

Col termine "metodi naturali" si intende una metodologia diagnostica mediante la quale la donna può conoscere quando è fertile e quando è infertile. Così intesi, essi connotano una metodologia scientificamente fondata che si propone semplicemente una conoscenza biologica. E pertanto, come ogni conoscenza, può essere usata dalla libertà di chi la possiede nei modi e per le finalità più varie. A questo livello di considerazione la connessione che interessa questa nostra riflessione, non entra né può entrare ancora in tema.

Ma col termine "metodi naturali" si intende anche e soprattutto connotare l’unica via eticamente percorribile per realizzare una decisione

giusta di non procreare , presa da due sposi. Mi fermo su questa connotazione del termine "metodi naturali". Sarò comunque costretto a farlo in modo molto schematico, per ragioni di tempo.

Ci muoviamo nel contesto non della domanda sulle condizioni necessarie e sufficienti di una giusta decisione di non procreare, ma della domanda sulla modalità eticamente buona dell’esecuzione.Questa infatti non è eticamente indifferente, né riceve unicamente la sua qualificazione morale dalla decisione interna. Il problema si è posto alla coscienza dei cristiani in maniera nuova a causa soprattutto di due avvenimenti. Il primo è costituito dall’intelligenza teologica che la Chiesa cattolica ha affinato in questi anni, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, circa il significato della sessualità coniugale. Questa non è da intendersi esclusivamente in funzione alla procreazione, ma più profondamente come espressione-realizzazione del dono totale e reciproco delle persone dei coniugi. L’altro avvenimento è stata la scoperta della contraccezione chimica, nel senso che questa non interviene sulla costituzione fisica dell’atto sessuale coniugale.

La vera domanda attinente alla esecuzione della decisione eticamente giusta di non procreare è se il ricorso alla contraccezione sotto qualsiasi forma è da ritenersi oggettivamente ingiusto. L’Enc. Humanae vitae di Paolo VI ha inteso precisamente rispondere a questa domanda, ed ha insegnato che l’atto contraccettivo in esecuzione sia di una decisione eticamente giusta sia di una decisione eticamente ingiusta di non procreare, è sempre e comunque oggettivamente illecito.

In ordine però alla retta comprensione del concetto ampio di metodi naturali è necessario avere chiara la definizione etica di atto contraccettivo. Per atto contraccettivo si intende ogni azione che in previsione, durante, o immediatamente dopo l’atto sessuale coniugale mira a impedire il concepimento di cui l’atto sessuale medesimo è capace. L’Enc. Humanae vitae parla esclusivamente di questo atto. Affermare quindi che impedire il concepimento durante o in previsione o immediatamente dopo un atto di violenza carnale, impedimento che sicuramente è eticamente giusto, sia una eccezione alla norma morale insegnata dall’Humanae vitae, è fare una grave confusione fra due concetti assolutamente diversi in genere morum, anche se descrittivi di due condotte umane assolutamente uguali in genere naturae.

Fatte queste debite precisazioni terminologiche e concettuali, possiamo dire che la decisione di non procreare trova la sua esecuzione eticamente lecita solo compiendo l’atto coniugale nei periodi infertili della sposa.

Ed è precisamente a questo punto che si chiarisce il concetto etico di "metodi naturali", in quanto denotano l’esecuzione della decisione giusta di non procreare, concetto etico che ora può essere espresso in tutta la sua comprensione. "Metodo naturale" significa l’esclusione della contraccezione da ogni atto coniugale fertile; significa la conoscenza da parte della donna in primo luogo del proprio ciclo di fertilità/infertilità; nel caso di decisione eticamente giusta di non procreare significa astinenza dal rapporto coniugale durante il periodo fertile della sposa e unione coniugale sessuale limitata al periodo infertile; significa capacità di autodominio della propria tendenza sessuale al fine di renderla veramente e solamente espressiva dell’amore coniugale e dell’autodonazione delle persone.

Dal punto di vista delle riflessioni che stiano facendo, è soprattutto necessario che ci fermiamo sull’ultima dimensione del concetto interamente comprensivo del termine "metodi naturali".

Mi si consenta di partire da un esempio. Una perfetta esecuzione di una Mazurca di Chopin esige nel pianista alte qualità professionali. Queste possono ridursi fondamentalmente a tre. Ovviamente in primo luogo deve saper leggere correttamente la musica; in secondo luogo deve possedere una grande capacità tecnico-manuale, a cui ogni pianista viene seriamente educato e che esige un prolungato esercizio quotidiano; ma soprattutto deve aver raggiunto una tale profonda sintonia spirituale con Chopin da riuscire a compiere l’esecuzione come se il pianista stesso componesse in quel momento il brano eseguito. In sintesi: conoscenza del linguaggio musicale, tecnica esecutiva, ispirazione artistica.

Alle tre suddette qualità corrispondono analogamente le tre fondamentali esigenze o meglio qualità permanenti della persona dei coniugi, se vogliono essere responsabilmente procreativi. In primo luogo debbono saper leggere il linguaggio della loro persona, il linguaggio del corpo: è in questa esigenza che si inserisce anche la conoscenza e l’insegnamento dei metodi naturali nel significato ristretto da cui siamo partiti. Devono possedere una capacità di realizzare il linguaggio del corpo in modo tale da esprimere il loro amore che fa della propria persona un dono totale all’altro: questa capacità è la virtù della castità coniugale. Ma soprattutto ciò che consente ai due sposi di vivere responsabilmente la loro vocazione procreativa, e di essere l’uno dell’altro nel dono di sé, è la loro carità coniugale.

E’ necessario aggiungere subito alcune precisazioni. La castità coniugale indica e realizza l’integrazione dell’esercizio della sessualità nella carità coniugale. L’espressione più alta della castità coniugale non è l’astinenza: una virtù non si esprime in modo eminente nel non compiere un’azione ma nell’agire. L’espressione più alta della castità coniugale è l’atto con cui i due sposi diventano una sola carne.

La qualità più preziosa è la virtù della carità coniugale, la quale ha bisogno della castità per potersi esprimere. È la castità quindi al servizio dell’amore ed è dall’amore che la castità trae il suo senso. La proposta educativa dunque cristiana è una proposta che mira a non negare nulla di ciò che è veramente umano, ma ogni dimensione costitutiva della persona umana deve essere integrata dentro ad una unità che trova, come insegna S. Paolo, nella carità il vincolo che unisce ogni dimensione della persona. Tommaso insegnerà che la carità è la forma di ogni virtù morale e che nel cristiano anche le virtù morali, senza perdere la loro natura propria, sono infuse dalla grazia di Cristo.

In questa prospettiva il ricorso ai metodi naturali significa uno stile di vita nel quale la triplice dimensione della sessualità coniugale, quella fisica, quella psichica, quella spirituale si realizza in una unità di integrazione, nella quale unità la persona degli sposi raggiunge la sua perfezione.

2. Metodi naturali e stima del matrimonio

Nella seconda parte della mia riflessione vorrei farvi vedere come l’insegnamento, anzi meglio, l’educazione ai metodi maturali costituisca un apporto fondamentale, un aiuto prezioso alla percezione della bontà intrinseca del patto coniugale e della sua dignità, e quindi della stima che merita.

Il problema radicale dal punto di vista etico riguardante il matrimonio è il seguente: in che cosa consiste precisamente la bontà del matrimonio? Perché precisamente il matrimonio è un bene umano? Perché – più concretamente ancora – il matrimonio realizza la persona secondo la verità del suo essere?

Possiamo dare inizio alla costruzione della nostra risposta, partendo da due testi della Lett. Enc. Veritatis splendor.

Il primo recita: "Si può … comprendere il vero significato della legge naturale: essa si riferisce alla natura propria ed originale dell’uomo, alla natura della persona umana, che è la persona stessa nell’unità di anima e di corpo, nell’unità delle sue inclinazioni di ordine sia spirituale che biologico e di tutte le altre caratteristiche specifiche necessarie al perseguimento del suo fine" [50,1]. E poco più sotto: "In realtà solo in riferimento alla persona umana nella sua totalità unificata, cioè anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spirito immortale, si può leggere il significato specificamente umano del corpo. In effetti le inclinazioni naturali acquistano rilevanza morale solo in quanto si riferiscono alla persona umana e alla sua realizzazione autentica, la quale d’altra parte può verificarsi sempre e solo nella natura umana". [ibid.; EE 8/1531].

La risposta quindi alla domanda sul bene del matrimonio potrebbe essere formulata nel modo seguente: il matrimonio è un bene perché realizza le inclinazioni sessuali della persona di ordine sia spirituale sia psichico sia biologico nell’unità, secondo la verità intera della persona medesima. Passo ora alla dimostrazione di questa tesi.

La tesi dell’unità sostanziale della persona umana, che qui presuppongo dimostrata, ha conseguenze teoreticamente rilevanti per la conoscenza del senso del dimorfismo sessuale. La persona umana è persona umana-donna; è persona umana-uomo. La femminilità/mascolinità strutturano e configurano la persona umana. La reciproca attrazione o inclinazione possiede dunque un senso interamente umano: biologico, psichico e spirituale. E’ unitariamente, dal punto di vista strutturale, attrazione/inclinazione biologica, psicologica e spirituale. Il vero nodo teoretico da sciogliere è questa unità nella tridimensionalità. Che cosa significa: è "unitariamente" biologica-psichica-spirituale? E’ ancora la tesi dell’unità sostanziale della persona umana che deve guidarci alla risposta.

L’unità delle tre dimensioni della reciproca attrazione-inclinazione non può essere pensata teoreticamente in termini di "dominio" e quindi di "uso" di una dimensione nei confronti dell’altra. Sottolineo "teoreticamente": è vero che nella congiuntura dell’attuale condizione umana, come ci viene spiegato dalla fede cristiana, l’unità, meglio sarebbe dire l’unificazione è opera di un dominio della dimensione che si giudica superiore sopra quella inferiore. Ma non stiamo facendo per ora un discorso etico. D’altra parte, si cadrebbe nel più grossolano errore se si pensasse l’unità nei termini di una confusione fra realtà ontologicamente diverse come lo sono la materia e lo spirito.

Positivamente, mi sembra che esista un solo modo di pensare l’unità di cui stiamo parlando. Da un punto di vista fenomenologico è l’unità che esiste fra il "segno" e il "significato": il corpo esprime la persona [: quae in corpore manifestatur, cfr. Veritatis splendor, cit.]; in questo consiste il significato specificamente umano del corpo. Il corpo è il segno della persona; la persona è significata dal e nel corpo.

Stiamo però parlando di "inclinazioni", dunque del movimento del soggetto umano verso la sua realizzazione, cioè verso il suo fine, cioè verso il suo bene. Non un bene qualsiasi, ma il bene della persona in quanto persona – maschio "inclinata" verso la persona-femmina, e reciprocamente. Cioè: stiamo parlando della persona in quanto inclinata a con-vivere con le altre persone nella forma specifica di societas coniugalis, di consortium maris et foeminae. In che cosa consiste il bene della persona così considerata? La risposta che qui di seguito darò presuppone la critica dell’utilitarismo, anche nelle sue forme odierne più sofisticate, come unica ragione o prevalente ragione dell’umano con-vivere. La teoria sociale dell’utilitarismo è conseguenza, in sostanza, della negazione della capacità della ragione di cogliere un bene puramente intelligibile.

L’unico modo buono di realizzare l’inclinazione-attribuzione uomo-donna è quello nel quale la persona di ciascuno in quanto tale è riconosciuta nella sua dignità, e nel quale l’una cessa di essere estranea all’altro perché diventa l’una dell’altra. Ora questa modalità è l’amore che si esprime e realizza nel dono di sé [non è questo il luogo di fare una completa esposizione del concetto di amore come dono di sé]. Il bene della persona consiste nel dono di sé. L’essere le persone "quasi propter se procuratae, creaturae vero aliae quasi ad rationales creaturas ordinatae" [Contra Gentes III, 112, 2856] fa sì che si possono associare solamente nella giustizia, e nell’amore del dono di sé.

Ritorno ora al problema dell’unità delle inclinazioni nelle loro dimensioni biologica, psichica e spirituale. L’unità consiste nel fatto che la dimensione biologica e psicologica esprimono la persona nella sua dimensione spirituale: soggetto chiamato a realizzarsi nel dono di sé. Ciò che è significato è la persona che si realizza nel dono di sé. Vorrei ora approfondire e chiarire ulteriormente questa unità, poiché dobbiamo cercare di evitare due errori opposti e soprattutto vedere nella verità questa unità di cui stiamo parlando.

L’inclinazione reciproca della mascolinità-femminilità se considerata esclusivamente dal punto di vista biologico e/o psicologico non è ordinata,

meglio, orientata al dono di sé. Usando l’accurata distinzione tommasiana di finis proprius e finis debitus, diremmo che considerata dal punto di vista del suo fine proprio quell’inclinazione non muove l’uomo e la donna ad unirsi nel dono di sé: non ha come "fine proprio" il dono di sé. Biologicamente intesa, ha come fine proprio quello di porre le condizioni del concepimento di un nuovo individuo della specie umana; psicologicamente intesa ha come fine proprio quello di giungere ad una soddisfazione di un bisogno. In questo senso, così intesa, la reciproca attrazione uomo-donna, non è principio e fondamento del matrimonio. Bisogna dunque concludere che il significato [= realizzazione della persona nel dono] è imposto del tutto estrinsecamente alla dimensione biologica e psicologica della sessualità umana?

Non esattamente. La verità è che l’inclinazione bio-psichica in quanto inclinazione umana chiede di essere ispirata e governata dalla inclinazione spirituale della persona, ed in quanto il corpo è corpo umano possiede l’attitudine ad essere espressione della persona umana nella sua dimensione spirituale: il "modus rationis" [cfr. 2,2,q.141, a.3] non è semplicemente, totalmente imposto ab extrinseco, ma è la modalità propriamente umana con cui l’inclinazione bio-psichica all’unione dei sessi deve essere realizzata.

E’ da notare infine, ma non dammeno, che la persona nella sua dimensione spirituale, in quanto soggetto spirituale è naturalmente inclinata al bene: naturalmente significa precedentemente all’elezione della sua libertà. Come scrive S. Tommaso: "in ratione hominis insunt naturaliter quaedam principia naturaliter cognita tam scibilium quam agendorum, quae sunt quaedam seminalia intellectualium virtutum et moralium; et … in voluntate inest quidam naturalis appetitus boni quod est secundum rationem" [1,2, q.63, a.1].

Sintetizzo ora quanto ho detto. La domanda che ci eravamo fatta era la seguente: perché il matrimonio realizza la persona secondo la verità del suo essere? Ho dato la seguente risposta: perché il matrimonio, inteso come unione fra uomo e donna costituito dal dono definitivo di sé, realizza nella loro unità le inclinazioni sia di ordine fisico sia di ordine psichico sia di ordine spirituale inscritte nella persona umana in quanto uomo-donna.

E’ agevole ora vedere l’apporto che l’educazione ai metodi naturali dà alla percezione della stima del matrimonio. La stima è la risposta soggettiva al valore di una realtà. Essa può quindi essere vera o falsa a seconda che sia o non adeguata alla bontà, al valore reale, obiettivo della realtà. La realtà, infatti può essere sovra-estimata, infra-stimata o adeguatamente stimata.

L’educazione ai metodi naturali in quanto educazione alla castità coniugale nel senso spiegato, educa la persona a realizzarsi nell’unità delle sue inclinazioni; aiuta la persona a scoprire la verità del suo essere e quindi come questa si realizza / può realizzare nel matrimonio. Si vede cioè, perché la si esperimenta, la bontà eticamente propria del matrimonio, e nasce nel cuore l’amore estimativo della carità/amore coniugale; la stima e l’amore per il proprio stato coniugale. Nasce la gioia di essere sposati, non semplicemente il piacere: la gioia è il possesso del bene desiderato. Che cosa desidera la persona? Realizzarsi veramente ed interamente. L’amore coniugale è una delle realizzazioni della persona; l’educazione ai metodi naturali è educazione ad una dimensione di questa realizzazione.

Conclusione

La proposta razionale del matrimonio, non dico la proposta cristiana, sta affrontando una sfida senza precedenti. Non abbiamo il tempo di riflettere sui contenuti di questa sfida. Mi limito ad alcune riflessioni conclusive.

Uno dei percorsi compiuti dalla modernità è stata l’espulsione della corporeità dalla persona umana. Alla luce di questa espulsione, la diversità dei sessi e la procreazione in quanto conseguenza della loro unità apparterrebbero alla dimensione biologica, non propriamente umana [del matrimonio della] della persona umana: la procreazione può essere sostituita legittimamente dai procedimenti artificiali procreativi; la comunità coniugale fondata sulla diversità dei sessi può essere sostituita legittimamente dalla comunità "coniugale" omosessuale. Che cosa resta? Quale "residuo di humanum" permane in questa prospettiva? La visione del matrimonio come "relazione pura". E’ ciò che ha espresso A. Giddens per esempio in un’opera del 1992. Ecco come egli descrive la relazione pura: "Una situazione nella quale una relazione viene costituita in virtù dei vantaggi che ciascuna delle parti può trarre dal rapporto continuativo con l’altro. Una relazione pura si mantiene stabile fintanto che entrambe le parti ritengono di trarre sufficienti benefici come per giustificarne la continuità". [La trasformazione dell’intimità-sessualità, amore e matrimonio nelle società moderne, ed. Il Mulino, Bologna 1995, pag. 68].

Il vissuto coniugale in quanto vissuto umano assume pertanto la figura di una contrattazione fra due ricerche di felicità individuale che possono anche scontrarsi, in cui l’unica condizione decisiva è "la parità dei conti nel dare e nell’avere" [ibid. pag. 72]. Il matrimonio è sempre più un fatto "privato-soggettivo": un puro vissuto che la legge civile deve semplicemente registrare, anziché un "dover-essere" che la legge civile deve riconoscere.

E quindi si comprende come abbiano potuto essere introdotti modelli para-matrimoniali: Ley de uniones stables de pareja in Catalogna (1998); Ley de parejas estables no casadas in Aragona (1999); Ley que adopta medidas de protecao de unido de facto in Portogallo (1999); Pacte civil de solidarité in Francia (PACS) (1999).La conferma di questa riduzione tendenzialmente completa del matrimonio ad una semplice negoziazione delle parti la si ha nella progressiva giuridizzazione del rapporto di coppia e la tendenza ad ampliare l’intervento del giudice nella vita della coppia in quanto tutela dell’individuo.

In breve: da una concezione del matrimonio fondato su esigenze fondate sulla natura della persona umana si è passati alla concezione del matrimonio come fondato esclusivamente sul diritto di autodeterminazione individuale.

Il compito dunque che ci attende è arduo e grande: la ricostruzione della comprensione del matrimonio come bene della persona.

Questa ricostruzione è un’opera del pensiero in primo luogo, non più procrastinabile. Essa deve essere fondata sull’antropologia della persona e del dono come sua unica realizzazione piena, ed anche su un approfondimento dei criteri della "communio personarum".

La ricostruzione è opera dell’educazione delle persone. Questa dimensione dell’impegno deve essere fondata su una profonda teoria dell’atto educativo come atto che introduce la persona nella realtà: una teoria che la comunità cristiana sembra oggi non possedere in misura sufficiente.

La ricostruzione è opera della testimonianza della santità nel matrimonio. Questa dimensione della ricostruzione è opera di coloro che vivono nel matrimonio, guidati ed aiutati dai pastori della Chiesa.