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Comitato "Cardinale Carlo Caffarra"


Aids: aspetti etici generali
Rivista Dolentium hominum, 1989


La mia riflessione etica sull’Aids prende in considerazione questa malattia in quanto trasmessa mediante il libero esercizio della sessualità umana.

I problemi etici riguardano sia il comportamento dei singoli già affetti da HIV, sia chi ha responsabilità sanitarie nei loro confronti, sia chi ha responsabilità educative, sia chi ha responsabilità nel governo della società civile, sia chi ha responsabilità nel governo della Chiesa. Saranno questi i cinque punti della mia relazione.

 

1. Etica del comportamento sessuale dell’infetto da HIV

 

Prima di addentrarmi nella soluzione dei vari problemi, è necessario dare almeno uno schizzo del fondamento ultimo, sulla base del quale cercherò poi di costruire la mia risposta alle molteplici domande. E tale fondamento è costituito da una precisa visione della sessualità umana.

La sessualità umana è la facoltà umana di creare una comunione interpersonale interiormente e intrinsecamente ordinata a porre le condizioni del concepimento di una nuova persona umana. E pertanto, l’atto della congiunzione sessuale è l’atto mediante il quale due persone si costituiscono in unità per essere sorgente (pro-creatori) di una nuova vita umana. Quest’intrinseca ordinazione dell’atto sessuale alla vita non deve essere intesa nel senso che ogni e singolo atto sessuale deve essere fertile e che l’atto sessuale trovi la sua giustificazione etica esclusivamente nella sua fertilità. Essa significa semplicemente due cose:

a) è eticamente illecito ogni rapporto sessuale omosessuale, in quanto è un uso della facoltà sessuale in essenziale contraddizione colla sua finalità;

b) è illecito avere un rapporto eterosessuale biologicamente fertile e precedentemente/contemporaneamente/conseguentemente intervenire per renderlo infertile.

Da questa visione della sessualità deriva che il suo esercizio deve avvenire all’interno di un legame coniugale legittimo. Per due ragioni inscindibilmente connesse. Solo, infatti, la comunione coniugale indissolubile salvaguarda l’umanità in senso interamente vero del rapporto sessuale; umanità che consiste precisamente nell’auto-donazione integrale e, quindi, senza limiti di tempo, delle persone. Solo la comunione coniugale indissolubile pone le condizioni, il contesto in cui una persona può entrare nell’esistenza in maniera conforme alla sua dignità.

Quando affronteremo i vari problemi, questa visione della sessualità umana deve sempre essere tenuta presente.

 

Primo caso: comportamento omosessuale dell’infetto da HIV 

L’infezione da HIV aggiunge una particolare gravità al comportamento omosessuale. Esso, infatti, può diventare anche sorgente di morte, una lesione gravemente ingiusta del partner. Questa lesione non cessa di essere ingiusta anche se il partner è avvertito del pericolo e vi acconsente: l’uomo, infatti, non è padrone della sua vita e non ne può disporre.

Ho detto «aggiunge» a ragion veduta. Non è che il comportamento omosessuale diventi eticamente illecito a causa della possibile trasmissione dell’infezione. Esso è tale (cioè eticamente illecito) in ogni caso, a causa del fatto che questo comportamento è totalmente alieno dall’intrinseco orientamento della sessualità umana alla procreazione.

Ogni uomo può ragionevolmente capire questo, come è dimostrato dal seguente passo:

«È una caratteristica comune di ogni perversione sessuale il fatto che in esse la riproduzione come fine è esclusa. È questo il criterio mediante il quale noi giudichiamo che un’attività sessuale è perversa: se essa nei suoi scopi prescinde dalla riproduzione e persegue una gratificazione indipendentemente da essa» (S. Freud).

Il comportamento omosessuale è un comportamento sessuale che già alla sua radice ha sradicato la sessualità dal dono della vita.

Anche dato e non concesso che il ricorso al condom possa risolvere il problema della trasmissione dell’infezione, il comportamento omosessuale, anche se «condomizzato», rimane nella sua logica di totale, radicale separazione della sessualità al dono della vita, nella sua logica di alleanza colla morte.

 

Secondo caso: comportamento sessuale coniugale e Aids

L’attività sessuale coniugale è il linguaggio dell’amore coniugale, intrinsecamente orientato e ordinato al dono della vita. Da quest’intima natura dell’atto sessuale coniugale deriva che, quando uno dei due coniugi è affetto da HIV, la vita sessuale coniugale deve essere interrotta.

Infatti, l’amore del coniuge (malato) verso l’altro non può esprimersi con un atto che può dare la morte dell’altro coniuge medesimo. Che il coniuge sano sia a conoscenza del rischio che incorre e decida veramente di incorrere nel pericolo di contrarre l’infezione, non cambia il giudizio sopra dato: nessuno, infatti, è padrone della sua vita.

Ci possono essere, tuttavia, situazioni nelle quali i rapporti sessuali coniugali possono essere eticamente giustificati: quando la prolungata astinenza incidesse gravemente sull’armonia coniugale; quando ci fosse il serio pericolo per l’uno o per l’altro coniuge di cadere nell’incontinenza o di commettere un adulterio.

E la ragione è che il bene della comunione coniugale e/o il bene di aiutare l’altro a vivere santamente il suo stato coniugale, possono ragionevolmente indurre l’amore degli sposi a preferire la salvaguardia di quei beni spirituali (l’armonia coniugale - la santità della vita) alla salvaguardia del bene della vita.

Ho detto, a ragion veduta, «possono»; non si tratta di un dovere di rischiare la propria vita, ma semplicemente di una scelta che, avverandosi una delle due condizioni predette, non sempre è da giudicare ingiusta.

È lecito, in questo caso, l’uso del condom?

La risposta affermativa a questa domanda è stata giustificata sostanzialmente per una duplice serie di ragioni: (a) per evitare il concepimento (il figlio può nascere infetto); (b) per impedire la trasmissione dell’infezione; (c) per tutte e due le ragioni. Ora, nessuna delle ragioni predette è vera.

a) È un vero e proprio atto contraccettivo che non è mai lecito in nessuna circostanza e per nessuna ragione. Rimando alla letteratura in proposito.

b) Non è un atto contraccettivo né in sé né, per ipotesi, intenzionalmente (si pensi al caso di rapporti sessuali «preservati» durante il periodo certamente agenesiaco). Tuttavia, anche in questo caso, il ricorso al condom non è un atto moralmente lecito. Per la seguente ragione. Questo atto sessuale non è un atto sessuale coniugale. Orbene, solo quando è coniugale, l’atto della congiunzione sessuale è moralmente buono. La coniugalità è qui distrutta dalla «barriera» che impedisce ai due di divenire una sola carne.

c) Nel terzo caso l’atto è moralmente ancora più grave per la duplice malizia in esso presente: la malizia della contraccezione e la malizia dell’anti-coniugalità.

Si dove, comunque, tener presente il fatto se esistono o non figli ancora in tenera età e/o bisognosi della presenza dei genitori. In questo caso, mi sembra che ci sia l’obbligo grave di un’astinenza completa, per evitare il pericolo che il figlio sia privato della presenza dei genitori, quando ne ha ancora bisogno e, quindi, diritto.

 

2. Problemi etici del personale sanitario a contatto con l’infetto da HIV

 

È necessario premettere ad ogni risposta data in questo ambito che occorre tener conto anche della legislazione civile, al riguardo. In caso di contrasto fra norma civile e norma morale, si deve studiare ogni caso specifico, secondo i principi classici del rapporto fra legge positiva umana e legge umana.

 

Primo Problema: il personale sanitario ha il diritto di notificare la condizione del paziente (a) al coniuge o convivente e (b) ai propri colleghi che possono avere a che fare col paziente?

Il segreto professionale è uno dei valori etici fondamentali nella società umana e, pertanto, deve essere difeso.

Tuttavia, l’obbligo di osservarlo non è da ritenersi tale da non ammettere eccezioni, le quali sono implicitamente accettate nel momento in cui si istituisce il rapporto col professionista (L’unico segreto che non ammette mai eccezioni è il sigillo sacramentale).

a) Pertanto, il personale sanitario ha il dovere di informare il paziente del grave dovere che egli (il paziente) ha di informare il coniuge. Qualora il paziente non si senta di farlo, il personale sanitario deve chiedere il consenso a farlo. Qualora il paziente lo neghi, il medico deve avvertire il coniuge sano.

b) Si devono vedere le leggi civili del luogo: normalmente esse sono piuttosto restrittive, per quanto riguarda il personale sanitario estraneo all’équipe che ha in cura il paziente.

Generalmente si devono seguire queste norme.

 

Secondo Problema: Il personale sanitario ha il diritto di rifiutare la cura medica all’infetto di HIV o Aids?

Non può moralmente rifiutarsi. Assumendo la professione medica, l’uomo si impegna a un servizio alla persona, che può implicare anche gravi rischi per la sua salute o vita.

È consentito rifiutarsi, quando il paziente non accetta di ottemperare a doveri morali gravi connessi colla sua situazione, per esempio quello di avvertire il coniuge.

È sempre lecito, infatti, porre condizioni lecite ad un rapporto interpersonale.

 

3. Problemi etici nell’ambito pedagogico

 

Nel presente punto, intendo «ambito pedagogico» in un senso abbastanza ristretto: ambito giovanile, ambito della società civile (della società statuale parlerò in seguito e della Chiesa nel quinto punto). In concreto: scuola, comunità giovanili, o anche rapporto a due (educatore-educando), ma non con ammalato.

Forse è questo il «cuore» di tutta la problematica. Senza togliere nulla alla dignità e grandezza dell’impegno nella ricerca scientifica della cura dell’Aids, anche in questo caso, tuttavia, vale il principio «meglio prevenire che curare». E la prevenzione non è, non deve essere la distribuzione dei condoms: è un grande impegno educativo teso a far scoprire la bellezza, la bontà presente nella sessualità umana, solo quando è espressione di amore coniugale.

Si tratta di abbandonare definitivamente un progetto educativo, spesso seguito in questi decenni, che si proponeva non la comunicazione della verità sull’uomo, ma una vacua affermazione di una libertà, intesa come possibilità di tutte le possibilità. Affermazione il cui frutto è la noia e la disperazione. Si educa alla libertà, quando si educa ad essere sottomessi solo alla verità.

La malattia mortale del relativismo, secondo il quale ogni opinione merita lo stesso rispetto, uccide in primo luogo l’intelligenza: che senso ha la passione per la ricerca della verità, se ogni opinione, vera o falsa che sia, ha lo stesso valore? Uccide la libertà, dal momento che sterilizzando la ragione, la persona si abbandona sempre più alle pulsioni istintuali, incapace come è di auto-trascendersi nell’amore per il bene.

Da ciò derivano molte conseguenze, per il nostro problema. Il tempo a mia disposizione mi consente di accennarne solo due.

La prima. Non è mai lecito consigliare il preservativo, in applicazione al principio del «minor male». L’educazione è solo educazione della persona all’esercizio del la propria libertà nel rispetto della dignità della persona, dignità difesa e promossa dalla legge morale.

Ciò non esclude certo l’informazione, purché sia corretta. Ma l’informazione deve sempre essere contestualizzata in un giudizio eticamente negativo sui comportamenti sessuali non coniugali.

La seconda. Non è conveniente insistere sul rischio di HIV, al fine di distogliere da comportamenti sessuali illeciti. Non si educa la libertà e la coscienza morale colla paura del male fisico, ma colla testimonianza dell’attrazione del bene morale.

Può essere, tuttavia, di una qualche utilità far notare come da un vero esercizio della propria libertà consegue anche un benessere integrale della persona.

 

4. Le responsabilità etiche di chi governa la società civile

 

La politica sanitaria dello Stato deve affrontare problemi etici particolarmente complessi e difficili. Complessità e difficoltà che nascono dal fatto che non si vede sempre chiaramente quale scelta politica sia rispettosa di tutti i principi etici che regolano l’attività pubblica. Questi principi sono: dovere dello Stato di prendere i provvedimenti necessari per evitare la diffusione dell’epidemia; diritto del cittadino ad essere rispettato nella sua intimità; diritto (dovere) della tolleranza civile.

Primo Problema: Può lo Stato organizzare campagne per la diffusione di preservativi, mediante spots o in altro modo?

Non è lecito per lo Stato un tale comportamento, per varie ragioni.

In primo luogo, in questo modo espone realmente la società al grave pericolo di una più estesa diffusione del contagio, sia per la non sicurezza del mezzo proposto sia perché, di fatto, in questo modo favorisce i comportamenti che possono causare un’ulteriore diffusione del contagio.

In secondo luogo, in questo modo favorisce una liberalizzazione e un permissivismo sessuale che, a breve o lungo termine, mette in pericolo o quanto meno rischia di oscurare nella coscienza dei cittadini, soprattutto giovani, l’intrinseco valore di alcune basi della convivenza sociale: la vita coniugale, il rispetto dell’altro nella sua salute. Favorire un tale uso della sessualità non è solo contro il singolo, ma anche contro il bene comune.

In terzo luogo, non è legittimo in questo caso appellarsi al principio della tolleranza civile: principio accettato nella Tradizione cristiana. Infatti, questo principio afferma semplicemente che lo Stato non deve proibire colle sue leggi tutto ciò che è moralmente illecito, ma solo, come scrive S. Tommaso, «quae destruunt humanum convictum» (2,2, q. 77, ad 1um), ma il principio della tolleranza non afferma che lo Stato possa favorire o propagandare in un qualche modo un comportamento moralmente illecito: «alia vero habeat quasi licita, non quia ea approbet, sed quia ea non punit» (ibid.). È fuori discussione la bontà del fine che lo Stato si propone: limitare il più possibile la diffusione del contagio. È il mezzo usato che è eticamente inaccettabile.

L’appellarsi al principio del pluralismo etico è, in questo caso, infondato. Il suo riconoscimento, infatti, nell’ordinamento giuridico statuale ha un limite invalicabile: le esigenze del bene comune, la difesa cioè e la promozione di quei valori etici che sono a fondamento di ogni società veramente umana. 

Favorendo, di fatto, un’attività umana (sessuale) che può essere gravemente dannosa a persone innocenti, lo Stato non riconosce il pluralismo etico, ma, semplicemente, abdica alla sua funzione fondamentale; la cura di una convivenza giusta.

Secondo Problema: Per prevenire la diffusione del contagio, lo Stato può imporre uno «screening» generalizzato?

Una tale decisione comporta il rischio di violare almeno due valori fondamentali della persona: quello del rispetto alla propria vita privata e dell’auto-disposizione del proprio corpo.

A dire il vero, il secondo rischio è abbastanza relativo: si tratta, infatti, di una normale estrazione di sangue.

Quando l’infezione raggiungesse livelli di alto rischio, non sembra irragionevole per uno Stato passare dalla politica sanitaria oggi in uso (considerare ogni paziente che si presenta come potenzialmente infetto da HIV), ad una politica più invasiva: chiedere lo screening come condizione necessaria per essere ammessi in ospedale. Ovviamente, devono essere prese tutte le precauzioni perché venga a conoscenza del risultato solo chi potrebbe correre gravi rischi di infezione.

Non è lecito per lo Stato spingersi fino al punto di chiedere obbligatoriamente ad ogni cittadino di sottoporsi al test.

Terzo Problema: è lecito sottoporre una persona al test-HIV senza il suo consenso?

Non è da escludere, in linea di principio. Alle seguenti condizioni: esistono serie ragioni per compiere questo test (per esempio, quella di avere una conoscenza sempre più precisa dell’andamento del fenomeno); il sangue è stato lecitamente ottenuto.

Si tratta, infatti, di aggiungere un nuovo esame su un sangue per altro liberamente dato e che era stato richiesto per fini moralmente leciti.

Quarto Problema: è lecito elaborare una programmazione sanitaria che si spinga oltre, dal punto di vista di invasione dentro la vita privata del cittadino?

Non si deve dimenticare in tutta la questione, che — a diversità di ogni altra infezione — l’Aids è effetto di attività liberamente scelte.

Ne deriva che il primo dovere dello Stato è di dare un’informazione corretta e completa, precisamente indicando quali attività possono causare il contagio.

Fatta quest’opera di informazione, il numero di persone che, contro la loro volontà, possono essere infettate a causa di una loro libera attività moralmente lecita, si riduce di fatto ai coniugi ingannati. Tenendo conto di quanto detto sopra, anche questo rischio è minimo o comunque non tale da dare allo Stato un tale potere.

In conclusione: lo Stato deve agire ragionevolmente, non sotto l’influsso di due opposte correnti emotive. Quella di chi, preso dal panico, si lancia in iniziative che non sono eticamente giustificate; quella di chi, preso dalla pressione dell’opinione pubblica su ingiustizie (spesso presunte tali) commesse contro gli omosessuali, non adempie ai doveri fondamentali di difendere la salute di tutti.

 

5. La responsabilità etica della Chiesa e dei suoi pastori

 

La situazione della Chiesa, in questa drammatica vicenda, è singolare. Essa deve lasciarsi guidare, fondamentalmente, da una duplice certezza. La prima è che, come scrive Newman, «la Chiesa cattolica preferisce che il sole e la luna cadano dal cielo, la terra diventi sterile e che tutti i milioni di uomini che l’abitano muoiano di fame tra gli spasimi dell’agonia (per quanto riguarda i patimenti temporali) piuttosto che una sola anima, non diciamo si perda, ma commetta un solo peccato veniale, dica una sola bugia volontaria o rubi senza motivo una sola monetina» (Apologia pro vita sua, Cap. V).

La seconda è che la sua missione è di rivelare «di generazione in generazione» la Misericordia di Dio: anche a questa generazione umana. Una testimonianza che si deve attuare a un duplice livello: quello più propriamente magisteriale, quello più propriamente caritativo. Quello magisteriale consiste nel continuare a dire al mondo tutta la verità sulla sessualità umana e sull’uomo. Quello caritativo consiste nel creare spazi di accoglienza ove l’infetto Aids possa soprattutto incontrarsi colla Misericordia di Dio, nella pace di un perdono che ristruttura una persona distrutta in tutti i sensi.

Nei confronti dello Stato, la Chiesa deve continuamente richiamare le pubbliche autorità al dovere «di creare un clima favorevole all’educazione della castità, cioè al trionfo della sana libertà sulla licenza, mediante il rispetto dell’ordine morale» (Humanae vitae 22). Le scelte politiche, infatti, devono essere preventive (si pensi al problema pornografia, violenza ecc.) prima e più che repressive.

La fedeltà della Chiesa al suo Signore — una fedeltà sine glossa — è alla fine il miglior servizio, anzi l’unico, che Essa deve rendere al l’uomo.