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XXXII DOMENICA PER ANNUM (B)
Cattedrale di Ferrara, 16 novembre 2003
Celebrazione della memoria dei Quinque Frates

1. "Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria". Carissimi fedeli, la profezia biblica che abbiamo appena ascoltato è resa visibile dal grande affresco del Bastianino che da secoli domina la nostra celebrazione dei divini misteri in questa Cattedrale. È la visione del Cristo giudice di ciascuno e di tutta la storia. È un giudizio che instaurerà definitivamente il suo Regno, e che costituisce pertanto il supremo atto di redenzione dell’uomo e della storia: "in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro", ci assicura il profeta Daniele. Dio in Cristo assume definitivamente il suo regno, ponendo nella verità e nella giustizia ogni cosa: "molti di quelli che dormono nella povere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e all’infamia eterna". Il giudizio di Dio, di fronte al quale questa sera ci pone la parola del Signore, è quindi la definitiva chiarificazione della storia umana.

Un grande pensatore cristiano ha descritto con grande finezza un’esperienza che noi facciamo dolorosamente ogni giorno: "ogni cosa è vera quaggiù in parte, falsa in parte. Non così la verità essenziale: essa è tutta pura e tutta vera. Questa mescolanza la disonora e l’annienta". È nel giudizio finale che questa mescolanza cesserà e la verità splenderà in tutto il suo fulgore, dimostrando che il male è stato una grande menzogna. È per questo che il credente attende con ansia questo giudizio finale e lo invoca: "di questo gioisce il mio cuore…".

2. Celebriamo questa sera la memoria del martirio dei "cinque fratelli" che lasciato il loro eremitaggio situato nelle nostre terre, sono andati ad annunciare il vangelo ai popoli slavi, subendo il martirio: Giovanni di Classe, Benedetto di Benevento, Matteo, Isacco e Cristino. È una celebrazione che non ci distacca dalla parola di Dio che ci è stata annunciata.

Questi umili missionari hanno voluto divenire "testimoni del regno di Cristo", al cui servizio esiste la Chiesa. La novità che sarà realizzata pienamente alla venuta di Cristo, inizia già ora nella novità di vita di cui gode il credente in Cristo. Di questa novità i cinque fratelli fecero esperienza nella contemplazione monastica, ed è per questo che essi vollero che fosse condivisa, compartecipata da chi non aveva ancora conosciuto Cristo: la contemplazione e la missione in loro si implicarono a vicenda. Implicazione che essi hanno imparato e ricevuto da Cristo, nel quale coincide perfettamente il suo eterno riceversi dal Padre ed il suo essere mandato nel tempo dal Padre.

Ma c’è un’altra dimensione nell’esperienza dei cinque fratelli che mi piace brevemente richiamare, perché di particolare attualità.

Dall’anno 997, anno del martirio di S. Adalberto, al 1003 non passano che sei anni. Ma sono sei anni straordinari, perché contengono la chiave di tutto il millennio seguente, fino a noi. Hanno deciso del destino dell’Europa tre uomini straordinari: un giovane imperatore Ottone III, un grande intellettuale diventato papa col nome di Silvestro II, un pastore morto martire, S. Adalberto. È dentro a questo contesto che potremmo chiamare la "culla del secondo millennio", che si pone l’esperienza e la missione dei "cinque fratelli".

Essi vanno fra i popoli slavi, continuando così ad edificare quella terza grande realtà spirituale che assieme a quella greca e latina costituirà per sempre l’Europa. I "cinque fratelli" congiungono e lo spirito dell’Occidente da cui vengono e lo spirito dell’Oriente verso cui vanno. Carissimi, questa sera noi stiamo celebrando in Cristo le nostre origini spirituali più vere, quelle origini che oggi un’ideologia astratta e violenta vorrebbe rinnegare.

Ma c’è anche un altro aspetto degno di attenzione nella missione dei "cinque fratelli". All’inizio del secondo millennio nuove nazioni si affacciavano alle frontiere orientali dell’Europa, chiedendo di essere integrate in essa nel rispetto della loro identità e dignità. A diversità di come era avvenuto qualche secolo prima, i "cinque fratelli" – sulla scia del grande Adalberto – non ricorrono al metodo della spada e del ricatto politico. Essi vogliono solo annunciare Cristo, il vangelo della sua morte e risurrezione: non uccisero, ma furono uccisi come martiri di Cristo, prima ancora di iniziare. Fu vano il martirio di questo poveri ed umili "cinque fratelli"? che ne fu di loro per la storia d’Europa? Carissimi, il senso vero della storia è racchiuso negli avvenimenti che portano in sé un significato che trascende i pensieri e le decisioni degli uomini. Il martirio dei poveri "cinque fratelli" è stato sicuro fondamento all’Europa, perché ha dato testimonianza in Cristo alla dignità di ogni popolo. Ha insegnato che l’Europa non può essere ridotta alla moneta unica.

Carissimi fedeli, come sempre celebriamo i divini misteri sotto la volta del Bastianino: sotto il giudizio di Cristo, che noi attendiamo ed invochiamo. I martiri "cinque fratelli" sono sotto il suo trono che pregano per noi perché venga il regno di Cristo, perché l’Europa non sia indegna del loro sangue.