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TRE GIORNI CATECHISTI
Città del Ragazzo
11 settembre 1998



01. E’ bene iniziare con una premessa, per chiarirci ancora una volta il significato di questi incontri che durante questi anni andiamo facendo; e quindi anche di questo incontro.
 Essi sono incontri di formazione dei catechisti, in ordine ad una trasmissione integrale ed organica della fede della Chiesa. Mi spiego. Questi incontri non si propongono né principalmente né  esclusivamente di insegnarvi la “didattica”, la metodologia, ma piuttosto di aiutarvi a prendere sempre più coscienza dei contenuti di fede da trasmettere.
 Tutti siamo convinti che per insegnare la matematica a Pierino è ugualmente necessario conoscere e la matematica e Pierino. L’incontro che avete con il Vescovo mira alla conoscenza della … matematica piuttosto che di Pierino.
 Con una duplice attenzione da parte mia: l’integralità della trasmissione della fede e l’organicità della medesima.
 Per integralità intendo dire che la fede della Chiesa deve essere trasmessa nella sua interezza, senza obliterare nessuna delle sue fondamentali articolazioni. Secondo il CChC (cfr. n. 13), fedele alla grande tradizione catechetica, queste articolazioni sono quattro: la professione della fede (il Credo), i sacramenti della fede, la vita di fede (i comandamenti), la preghiera del credente (il «Padre nostro»).
CChC 5  Per organicità intendo quell’ordine, quell’armonia interna alla fede cristiana per cui questa non è la giustapposizione di tante voci non accordate, ma è una vera e grande “sinfonia” nella quale un motivo fondamentale e centrale viene sviluppato armonicamente.
 E’ questo lo scopo che mi prefiggo incontrandovi: aiutarvi ad avere una visione sempre più penetrante dell’intero edificio della fede, cogliendone l’intima armonia architettonica. Possedere questa visione è per ogni catechista un compito ineludibile: è così facile perderla, o renderla meno penetrante! Essa è troppo grande per essere raggiunta solo con un po’ di slancio; è troppo contraddittoria con le visioni oggi dominanti, per non essere quotidianamente insidiata nel nostro cuore!
 Trasmettere questa visione di fede è il compito primario del vescovo coi suoi sacerdoti: e voi siete i più diretti collaboratori assieme agli sposi cristiani.

02. L’anno pastorale che oggi inizia chiude il cammino di avvicinamento triennale al Giubileo 2000. In questo cammino, “il 1999, terzo ed ultimo anno preparatorio, avrà la funzione di dilatare gli orizzonti del credente secondo la prospettiva stessa di Cristo: la prospettiva del «Padre che è nei cieli» (cfr. Mt 5,45), dal quale è stato mandato ed al quale è ritornato” (Lett. Ap. Tertio millennio adveniente 49). Lo possiamo chiamare l’anno del Padre. Ed a questo punto devo fare una precisazione importante.
 La nostra preparazione al Giubileo, scandita secondo le tre tappe che conosciamo, ha lo scopo di farci prendere coscienza più chiara delle fondamentali articolazioni della nostra fede, coscienza che ci deve sempre accompagnare. La “prospettiva del Padre” fa parte, è parte costitutiva della coscienza credente, e pertanto il catechista ne deve essere in possesso per trasmetterla integralmente ed organicamente. L’anno che iniziamo è un’occasione per fare una verifica attenta al riguardo.

1 [La struttura trinitaria della vita cristiana]. L’aver percorso questo cammino vero il Giubileo ci aiuta a prendere coscienza della dimensione trinitaria della vita cristiana, e quindi del fatto che “il mistero della Ss. Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana”.
CChC 232-234  Dobbiamo fermarci con grande attenzione su questo punto: questa “dimensione trinitaria” deve essere trasmessa, comunicata nella nostra catechesi. Un’Esistenza priva di essa non è un’esistenza cristiana, poiché noi siamo stati battezzati “nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”.

1,1. Partiamo da una visione d’insieme del Simbolo niceno-costantinopolitano della nostra fede (cfr. App. prima). Da essa emerge che
CChC 257-258 - tutta l’opera della nostra salvezza (la «economia» della nostra salvezza) è l’opera comune delle tre Persone divine e ogni Persona divina compie quest’opera comune secondo la sua personale proprietà;
 - esiste un “ordine interno” nell’economia salvifica, secondo il quale e nel quale il Padre è la fonte dalla quale tutto proviene, il Cristo è al centro (cristocentrismo), lo Spirito Santo è la guida suprema che realizza l’eterno disegno nell’uomo;
 - l’esistenza cristiana è una vita orientata al Padre; per mezzo di Cristo Gesù nello Spirito Santo; è la Vita trinitaria nel tempo umano.

1,2. La liturgia eucaristica, fonte e vertice di tutta la vita della Chiesa, è precisamente la celebrazione di questa teologia-economia divina (cfr. sul significato di questi termini CChC 236). La grande preghiera eucaristica termina in questo modo:
CChC 1065  “ Per Cristo, con Cristo e in Cristo
a te, Dio Padre onnipotente,
nell’unità dello Spirito Santo,
ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli. Amen”

Ogni parola è carica di significati immensi: è il Simbolo divenuto preghiera, anzi divenuto azione che realizza ciò che nel Simbolo è professato.
 La realtà tutta («ogni») è orientata, finalizzata al Padre nel senso che ogni realtà è a sua gloria, per sempre. Ma perché la persona umana, e nell’uomo tutta la creazione, possa essere la gloria e l’onore del Padre, essa deve essere in un rapporto originario, permanente, fontale con Cristo. Un rapporto che la dossologia liturgica esprime con tre preposizioni, per, con, in. Cioè: la nostra vita e tutta la creazione diventano onore e gloria del Padre per mezzo di Gesù Cristo, unico mediatore fra il Padre e l’uomo; anzi più precisamente, mediante il suo sacrificio sulla Croce. Solo unendoci a Lui, con Lui possiamo entrare alla presenza del Padre. Anzi più profondamente, «in lui», cioè dentro alla realtà stessa della glorificazione del Padre da parte del Figlio nel suo sacrificio. Questa relazione tri-dimensionale col Cristo (per-con-in) è posta in essere dallo Spirito Santo, all’origine della vita-preghiera-sacrificio di Cristo e della nostra vita-preghiera-offerta: questa è l’unità creata dallo Spirito Santo.
 Voglio solo fare un’osservazione. La struttura trinitaria della vita-preghiera cristiana ci fa capire che una preghiera che dimenticasse la sua dimensione pubblica, universale, mediatrice, non è più preghiera cristiana, qualunque sia la supposta profondità e sublimità ed intimità di cui volesse circondarsi.

1.3. Il Simbolo della fede professa e la liturgia eucaristica celebra la verità della Parola di Dio. Basti un brevissimo commento ad un testo paolino, 1Cor 15,20-28, nel quale la dimensione trinitaria di tutta l’economia salvifica è insegnata con solenne semplicità:
 - l’inizio (la primizia) della reintegrazione della creazione nel progetto del Padre è la risurrezione di Gesù, vera origine della nuova creazione;
 - il tempo che scorre ora dopo la risurrezione di Gesù, è il tempo nel quale viene diffusa, realizzata la grazia della salvezza in Cristo;
 - il fine e la fine di tutta la storia sarà nella “consegna” fatta al Padre di tutta la creazione, così che il Padre regnerà da vero Creatore e Signore su tutti ed in tutti: è la perfetta realizzazione del suo Regno.

CChC 279-314 2. Vorrei ora fermarmi ed attirare la vostra attenzione sulla “partecipazione” del Padre secondo la sua personale proprietà, all’opera della nostra salvezza e quindi avere una qualche intelligenza della sua divina Persona.
 In linea generale, il Padre partecipa all’opera della nostra salvezza in quanto «principio che non ha origine»: Egli ne ha l’iniziativa, l’originaria decisione. Tutto ha principio ed origine da Lui: “tutta l’acqua della grazia deriva da quella fonte che è Dio Padre” (S. Tommaso d’Aquino, Commento dei Salmi 41,2).
280-281  Ora il fondamento di tutta l’economia della nostra salvezza, l’inizio della storia della nostra redenzione, che consiste nella partecipazione alla stessa figliazione del Verbo, è l’atto creativo. E’ il punto di partenza della nostra professione di fede: «credo in Dio Padre onnipotente, CREATORE del cielo e della terra». “La catechesi sulla creazione è di capitale importanza” (282): se non si trasmette con chiarezza, profondità, semplicità questa verità, la nostra esperienza di fede non ha alcun fondamento. E’ la verità della creazione che distingue la religiosità vera da ogni forma di superstizione.
 Le mie riflessioni seguenti si propongono di dare un aiuto alla lettura e riflessione personale e comunitaria del testo del Catechismo della Chiesa cattolica: dal n. 279 al n. 324.
2,1. Per capire l’enorme portata della verità della creazione, il suo significato esistenziale immenso, iniziamo colla lettura di un pensiero di Pascal:

“Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita nell’eternità che precede e che segue il piccolo spazio che occupo e che vedo inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano, mi spavento, e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, perché non c’è ragione che sia qui piuttosto che là, adesso piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per comando e per opera di chi mi sono destinati questo luogo e questo tempo? Memoria hospitis unius diei praetereuntis.”
(Pensieri, 205)

La verità della creazione risponde ad un triplice serie di domande, o se volete a tre domande: che cosa sta all’origine del mio esserci: il caso? (esisto per caso; è stata per una pura e semplice casualità se io esisto), la necessità? (è per un inspiegabile ed impersonale destino che io esisto: la mia esistenza è una mera fattualità, pura fatticità nella quale cercare un significato è inutile): che cosa sta alla fine del mio esserci? il niente? Sono cioè destinato a finire interamente, a morire tutto?; che senso ha la vita che vivo fra l’origine e la fine?
 Ad una attenta riflessione si vede che delle tre, la domanda più radicale è la prima: dal modo con cui rispondo alla prima domanda dipende in misura intera il modo con cui rispondo alle altre due. La verità della creazione è precisamente in primo luogo la risposta alla prima domanda.
 All’origine della tua persona sta un atto di intelligenza e di volontà, in una parola un atto di libertà del Padre che decide di porti in essere. Trattasi di un atto di pensiero: il Padre ha pensato ciascuno di noi, poiché non può volere se non ciò che ha pensato. Trattasi di un atto di volontà: il Padre, fra le infinite persone umane possibili, ha voluto che esistessi io e non altre. Cioè: mi ha scelto.
 All’origine del mio esserci sta una scelta assolutamente libera del Padre: io esisto perché mi ha voluto.
 E’ di importanza fondamentale cogliere l’assoluta libertà di questa decisione. Libertà significa due cose: il Padre non è mosso a creare da una necessità intrinseca alla sua divina natura; non è mosso a creare dalla ricerca di un qualsiasi beneficio da ricavare dall’esistenza della sua creatura. E’ cioè una decisione assolutamente gratuita, dalla quale al Padre non deriva nessun bene. Un una parola: è un atto di puro amore che spiega il mio esserci. Non esisto per caso; non esisto per necessità: esisto per amore (non “cogito ergo sum” ma “amor, ergo sum” = sono amato e quindi esisto).
 A questo punto, è inevitabile porsi la seconda domanda: perché, cioè in vista di che cosa mi ha voluto? La Rivelazione dà una risposta sconvolgente. Sono stato voluto perché partecipassi, come figlio nel Figlio, alla stessa relazione che il Verbo ha col Padre nello Spirito Santo. Cioè: sono stato pensato e voluto in Cristo; il “modello”, la “idea” secondo la quale sono stato “formato-creato” dal Padre è Gesù Cristo. Il Prefazio terzo del Natale dice stupendamente: “fecit nos aeternos”. Cioè: ci creò eterni. Notate bene: non dice immortali. Dice eterni; cioè destinati a vivere della stessa vita della Trinità. Non solo non sono destinato a morire interamente, ma sono destinato a partecipare alla stessa vita trinitaria nel Verbo incarnato per mezzo dello Spirito Santo. E qui la libertà divina di eleva per così dire alla seconda potenza. Dio avrebbe potuto crearmi senza destinarmi ad entrare nella vita trinitaria: libertà di cui ho già parlato. La decisine di chiamarmi ad essere figlio nel Figlio è dotata di una libertà infinitamente superiore alla, incommensurabile colla libertà propria dell’atto creativo. Anche se di fatto, la decisione di creami non è una decisione distinta e separata dalla decisione di chiamarmi a partecipare alla vita trinitaria: sono stato creato in Cristo.
 Voluto dal Padre in Cristo, in vista della beata eternità propria della Trinità, la vita che si dispiega fra l’origine e la morte è dotata di un significato indistruttibile perché inscrittovi dal Padre stesso che non tradirà mai la sua paternità, né mai vi rinuncerà. Questo significato si chiama Gesù Cristo: vivere umanamente significa vivere in, con, come Gesù Cristo. La vita cristiana non è altra cosa dalla vita umana: è la stessa vita umana vissuta secondo l’unica modalità vera, in, con, come Gesù Cristo. Scegliere un’altra modalità non equivale semplicemente a vivere una vita umana non cristiana, ma semplicemente a non vivere una vita umana. Significa perdere l’unica possibilità, sciupare l’unica occasione che ti è stata offerta di vivere. E’ per questo che la presenza in noi dello Spirito è il compimento supremo della nostra esistenza.

2,2. La tradizione cristiana, soprattutto S. Tommaso, usano preferibilmente una metafora per introdurci nella verità della creazione: la metafora della creazione artistica. Può essere utile per le nostre catechesi. Essa soprattutto sottolinea la presenza nella nostra vita di un significato che a noi è dato non da «inventare», ma da «scoprire» per non tradirlo. Ed anche, di conseguenza, la metafora ci introduce nella giusta intelligenza della vera natura della nostra libertà: essa ha un carattere fondamentalmente “responsoriale”. Cioè: libertà e responsabilità (di se stessi davanti al Padre) coincidono.

3. La verità della creazione, dicendo alla persona umana da “dove viene” e “verso dove” è destinata, chiarisce, come ho già detto, l’intero senso della vita. In questo terzo ed ultimo punto della mia riflessione vorrei richiamare la vostra attenzione su un aspetto fra i più importanti della verità della creazione: la configurazione della nostra vita come storia e quindi la scoperta del significato vero del tempo. L’approssimarsi del Giubileo ci invita urgentemente a cogliere questa particolare luce della verità della creazione.

3,1. Per capire come la nostra vita si configuri come storia, è necessario tenere presenti due conseguenze della verità della creazione. La prima: la vita di ciascuno di noi è dotata di un significato; in essa è inscritto un senso (= Dio ha pensato ciascuno di noi). La seconda: questo significato è Gesù Cristo; siamo stati “modellati” su di Lui.
 A questo punto dobbiamo spogliarci completamente, liberarci dall’immaginare che la creazione sia come modellare una cosa: nel caso dell’uomo, l’atto creativo fa essere una persona, cioè un soggetto libero.
 Ancora un’altra grande verità deve essere tenuta presente in questa riflessione: il mio esserci dipende continuamente dall’atto creativo del Padre; la mia vita continua perché Egli continuamente mi custodisce nell’essere, impedendomi di cadere in quel nulla da cui fui tratto.
 Proviamo ora ad «armonizzare» in una sola com-posizione poli-fonica queste verità che nascono dal primo articolo della fede: il Padre continuamente mi pone nell’essere perché viva in, con, come Cristo Gesù; io sono libero di fronte al Padre. Come si configura allora la vita di ogni uomo? Come vocazione (da parte del Padre ad essere-vivere in, con, come Gesù Cristo) – come risposta (da parte dell’uomo al Padre che lo chiama da essere-vivere…). Cioè: la vita si configura come “costruzione” dell’allenza-incontro fra il Padre che ci chiama in Cristo e la persona umana che risponde. (Come sappiamo la S. Scrittura usa un’ampia gamma di immagini per farci capire questa configurazione della nostra vita: fidanzamento fra Dio e l’uomo, matrimonio, amicizia, pastore-gregge …).
 In questa alleanza-incontro, vocazione da parte del Padre e risposta dell’uomo non sono da porsi sullo stesso piano. L’iniziativa assolutamente gratuita è del Padre (=grazia!), ed è questa iniziativa che fa essere la persona e rende possibile la risposta libera: è la grazia del Padre che suscita la risposta libera che proprio perché tale (cioè libera) può anche rifiutarsi. (Non possiamo approfondire ulteriormente, per non allungare troppo la nostra riflessione, ma questo è la chiave interpretativa della vita). Siamo liberi perché amati.
 Ora possiamo davvero capire in che senso la nostra vita è una storia vera e propria, e quindi il tempo non è solo un mero trascorrere di vari istanti giustapposti.
 E’ una storia vera e propria: la nostra vita è un disegno pensato dal Padre che si realizza «step by step» direbbero gli inglesi, cioè gradualmente. E’ una narrazione che sviluppa un tema unico: la nostra assimilazione a Cristo, attraverso vari capitoli (Teresa d’Avila ha cercato di individuare questi vari capitoli del racconto della vita cristiana).
 La nostra vita è come un dramma di cui il Padre ha scritto la partitura che è la vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo. Ciascuno di noi è chiamato a ri-presentarlo dietro suggerimento dello Spirito Santo. La vita è questo dramma. “La storia della cristianità (visibile ed invisibile) è la rappresentazione della plenitudine di Cristo per opera dello Spirito Santo” (H.U. von Balthasar).  I grandi “attori” sono i santi: la loro interpretazione diventa normativa; sono «canonizzati».
 Il tempo della vita acquista un valore eterno: in esso si costruisce la nostra “figura” pensata dal Padre o si costruisce una “contro-figura”. E così ogni momento, ogni attimo si inscrive in un disegno eterno: non c’è istante su cui non gravi il peso dell’eterno; nel quotidiano abita il sublime.

3,2. Fuori di questa prospettiva il tempo diventa un annoiato o disperato susseguirsi di istanti, senza senso. Nessuno ha espresso meglio di W. Shakespeare che cosa diventa la vita e lo scorrere del tempo fuori della certezza di essere creato dal Padre.

“Domani, poi domani, poi domani: così, da un giorno all’altro, a piccoli passi, ogni domani striscia via fino all’ultima sillaba del tempo prescritto; e tutti i nostri ieri hanno rischiarato, a degli stolti, la via che conduce alla polvere della morte. Spengiti, spengiti, breve candela! La vita non è che un ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla.”
(Macbeth, atto V, scena V)

 Fuori dalla certezza della creazione, venuti al mondo per caso o per necessità biologica, l’uomo non arriverà mai a capire ciò che viene scoperto solo quando ci si sa amati: comprendere se stesso non come individuo transitorio nel flusso inarrestabile del tempo, ma come persona unica che deve compiere un compito unico, come un io eterno davanti ad una chiamata che viene dal Padre stesso.
 Se invece siamo venuti al mondo per caso, si vive per caso, e si muore per caso; oppure dominati da un destino impersonale. In ogni caso la nostra vita non è più una storia che ha un significato, poiché in essa non dimora nessun senso: “favola raccontata da un idiota, che non significa nulla”.
 Questa situazione vissuta come tragedia o affrontata con forza dal paganesimo, oggi è vissuta come una farsa dal gaio nichilismo contemporaneo. Il tempo deve solo essere consumato, non vissuto.
 

Conclusione

 La riflessione sulla verità della creazione è di una importanza fondamentale: principio e fondamento (Ignazio di Loyola). Soprattutto nell’atmosfera culturale attuale in cui l’oscurarsi di quella verità ha veicolato un disprezzo dell’uomo da parte dell’uomo, che sta consumando tutto.